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ARTE/ Van Gogh, quell’"alta nota gialla" che ci dona l’infinito

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Vincent Van Gogh, Orti nel Montmartre, 1887  Vincent Van Gogh, Orti nel Montmartre, 1887

Il fattore che gli impressionisti avevano introdotto dando una svolta alla storia della pittura, era certamente il fattore della luce. Il “plein air” era essenzialmente questo: la luce atmosferica aveva invaso la pittura. Van Gogh se ne lascia contaminare in un processo lento, quasi non si fidasse delle conseguenze di quella libertà, che rendeva moderna la pittura ma rischiava di ridurla a espressione di un bel vivere borghese. Negli anni parigini lo vediamo dipingere qualche paesaggio di una città in grande trasformazione. Ma per lo più lui sceglie di dipingere nella stanza di Rue Lepic. Realizza una ventina di autoritratti (uno si è scoperto essere in realtà un ritratto di Theo, l’unico che gli abbia fatto: è una delle sorprese della mostra), e poi tante nature morte, compresa una bellissima in cui mette in posa sparsa i tanti libri letti in quei mesi.

Così poco alla volta emerge con chiarezza qual è il punto su cui lui in realtà sta lavorando: non la luce in sé, ma la luce come mezzo per accendere il colore. “Il pittore dell’avvenire deve essere un colorista come non ce n’è mai stato uno”, scrive al fratello Theo. Il colore diventa il centro di ogni suo pensiero e di ogni sua ricerca. Perché il colore è la strada per cogliere lo splendore del vero. Per cercare l’“alta nota gialla” come scriverà in un’altra lettera; la “nota” che riallaccia un filo diretto, visibile, teso tra la realtà e l’infinito. Per questo ad un certo punto Parigi non gli era bastata più. Cercando una luce più pura e più assoluta nel febbraio 1888 Van Gogh prese il treno per Arles, dove in due anni avrebbe realizzato tutti i suoi grandi capolavori, alla luce “di un sole che inonda tutto di oro”.

 

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