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DIBATTITO/ A che serve un'arte che non domanda più niente?

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L'installazione di Maurizio Cattelan alla Biennale di Venezia intitolata "Turisti" (Foto Ansa)  L'installazione di Maurizio Cattelan alla Biennale di Venezia intitolata "Turisti" (Foto Ansa)

«Jean Clair non chiede più all’arte di essere domanda sul mondo, ma piuttosto una conferma del già dato e del già vissuto. La sua è una sfiducia nel futuro, vede l’arte come una minaccia». Si potrebbe chiudere qui, con queste parole di Achille Bonito Oliva, la polemica estiva lanciata da Il Corriere della Sera dopo l’uscita in Francia del pamphlet (non il primo) di Jean Clair contro l’arte contemporanea (L’hiver de la culture).

Mi sembra che Bonito Oliva colga la questione, che va oltre la valutazione dei valori estetici e formali e va oltre le furbizie mediatiche a cui tanti artisti oggi ricorrono. La questione è più radicale e riguarda il senso di fare arte oggi, il nesso con la vita del mondo e degli uomini.

La prospettiva di Jean Clair rischia di essere una prospettiva ultimamente accademica, che chiude fuori dalla porta le convulsioni del mondo e mette l’arte in una sorta di riparo estetico e intellettuale. Francamente la trovo una prospettiva poco interessante. Non mi interessa che un pittore dipinga bene, mi interessa che la sua pittura si giochi drammaticamente con la vita del mondo (è questa la differenza tra Jean Clair e Giovanni Testori, che pur difendeva a spada tratta la pittura).

Non mi interessa una prospettiva in cui l’approdo del fare arte sia la parete privilegiata di un qualche collezionista “ben educato” ai valori dell’arte (e comunque molto sensibile a quelli del mercato). Non è un caso che Jean Clair usi categorie come quella dell’“imbarbarimento” o del declino estetico che appartengono al vocabolario elitario della vecchia “connoisseurship”.



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