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VERSO IL MEETING/ Quando la carità diventa arte e bellezza

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Il complesso museale di Santa Maria della Scala a Siena (Foto Imagoeconomica)  Il complesso museale di Santa Maria della Scala a Siena (Foto Imagoeconomica)

Al dualismo di cui soffre la nostra cultura di moderni, questa unità di carità e bellezza appare immediatamente strana: la prima volta che sono entrata nel Santa Maria della Scala, sotto le volte decorate da grandi pittori senesi, sono rimasta colpita che un luogo nato per ospitare malati, poveri, orfani fosse così bello, così curato. Non credo che fosse una preoccupazione immediatamente estetica a determinare questo risultato: è che quando un popolo vive un’esperienza di certezza - come recita il tema del Meeting 2011 - questa fiorisce come creatività buona e si stampa sulle cose come bellezza. D’altronde ognuno di noi sa che questa è l’esigenza che ha, quella di qualcuno che si prende a cuore la totalità della propria persona, non riducendola a un moncone: desideriamo qualcuno che guardi con simpatia tutto il nostro bisogno. Quando siamo malati, non siamo la nostra malattia: restiamo uomini che hanno un’urgenza di cura immediata dentro una più vasta esigenza di verità e di bellezza. Questa esperienza non è finita: se uno visita certe opere - penso, solo per fare due esempi, alla Cometa di Como o all’Impresa di Carate Brianza che accolgono ragazzi in difficoltà - ritrova questo “strano” connubio.

 

 

Come sceglie l’argomento delle sue mostre sempre così frequentate?

 

Voglio raccontare come è nata la prima di queste mostre della Cdo al Meeting. Nel 2008 avevo portato alcuni miei amici imprenditori pratesi al Meeting e li avevo accompagnati nel padiglione della Cdo: dopo la visita a pranzo, uno di loro mi chiese quale fosse la proposta della Compagnia delle Opere. Tornata da Rimini, scrissi al Presidente della Cdo, Bernhard Scholz, che quella domanda a pranzo mi aveva fatto capire che forse occorreva rendere più efficace la comunicazione dell’esperienza nell’allestimento del padiglione. Gli scrissi anche che visto che la Cdo aveva messo a tema in quell’anno il lavoro, si poteva curare un allestimento con le formelle di Giotto che lo traducono così suggestivamente. Così è cominciata quest’avventura che svela che quello che i giornali chiamano la “potente Compagnia delle Opere” è un’amicizia che sa coinvolgere chiunque ha un’idea interessante, anche un insegnante come me di un Istituto professionale di provincia. E così è continuata in questi tre anni in cui abbiamo scelto ogni anno di presentare un grande capolavoro della nostra tradizione artistico-culturale che traducesse il tema che la Cdo ogni anno mette al centro della propria proposta.

 

Qual è dunque lo scopo di quest’ultima mostra?



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