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CHESTERTON/ Alison Milbank: impariamo la certezza di padre Brown

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G.K. Chesterton  G.K. Chesterton

É facile dipingere Chesterton come uno scrittore troppo positivo e sicuro, con un tranquillo ottimismo e un altrettanto tranquilla fede ortodossa, ma la verità è molto diversa. La sua conversione al cristianesimo avvenne solo dopo un periodo trascorso in una specie di inferno scettico e, come ha dimostrato Borges, i suoi scritti oscillano sempre sull’orlo dell’incubo. L’attrazione di Chesterton per San Tommaso d’Aquino, a mio parere, è dovuta al fatto che la struttura di ognuna delle domande nella Summa Theologiae pone in discussione, in un modo simile, ogni certezza, con scettiche obiezioni a ogni affermazione positiva, come “Dio esiste?”, che mette tutto in dubbio, fino a che Tommaso ristabilisce la certezza su una base ragionevole. Dionigi l’Areopagita ha avuto una grande influenza su Tommaso e la sua mistica via negativa procede in modo simile, con la negazione di affermazioni positive sui nomi divini, ma per arrivare a una comprensione più profonda del loro significato.

Chesterton ha scritto, nel 1933, un libro breve ma brillante, originariamente con il titolo San Tommaso D’Aquino: Il Bue Muto, in cui pone il cuore della filosofia di Tommaso in ciò che spesso viene chiamata “la intuizione dell’essere”, in base alla quale un bambino che guarda fuori dalla finestra sa di vedere qualcosa: che c’è un É.

L’esistenza esiste e senza questo non vi può essere nessuna certezza su nulla e nessun ponte tra la mente e la realtà. Da qui, Chesterton va oltre per dimostrare come Tommaso sostiene un mondo di diversità e potenzialità, creato e contingente, per poi giungere al bisogno di Dio stesso, come realtà completa testimoniata dalla nostra incompletezza.

È perché esiste un È al di fuori della nostra mente, sia esso l’erba o Dio, che la realtà ci sfida con la sua alterità e permette alla mente di muovere oltre se stessa per sperimentare una comunione con l’oggetto. Ci deve essere qualcosa al di fuori perché ci sia qualcosa con cui unirsi. La certezza deriva quindi da questo incontro mistico con il mondo oltre sé, per cui è un dono, non un possesso. La vita, Chesterton scrive in Ortodossia, ha la caratteristica di qualcosa salvata da un naufragio.



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