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TEMA MEETING/ E l’esistenza diventa una immensa certezza

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)

Oggi questa partita filosofica si gioca soprattutto in quella che possiamo chiamare la più diffusa ideologia del nostro tempo, vale a dire il “naturalismo”. Esso si fonda sull’idea che tutto quanto nell’esperienza umana possa essere spiegato in base a determinati fattori e meccanismi fisico-chimici e neuronali, riducendo così tutto il nostro bisogno di certezza ad una raffinata strategia evolutiva con cui gli uomini si premuniscono per la sopravvivenza, e cioè per contrastare quella che resta pur sempre la grande legge della natura, vale a dire il ciclo ininterrotto della nascita e della morte. Ma nel naturalismo contemporaneo è presente anche un’altra idea, un’idea antica, quasi arcaica, che viene rivitalizzata paradossalmente attraverso i più raffinati avanzamenti delle scienze biologiche e delle neuroscienze, e cioè che il vero destino degli uomini, il significato ultimo della loro esistenza, consista nella loro appartenenza all’impersonale, necessario meccanismo della natura.

Il razionalismo filosofico moderno, almeno a partire dal XVII secolo con Spinoza, ha cercato di spiegare la radice del timore provocato in noi dall’incertezza della nostra condizione finita, sostenendo che esso è solo il frutto dell’ignoranza e del dannoso influsso della tradizione ebraico-cristiana, secondo la quale il finito ha nell’infinito la sua origine e il suo destino. Ma se l’incertezza è frutto dell’ignoranza, la soluzione razionalista consiste nel superarla attraverso una purificazione del nostro intelletto e una liberazione dalle nostre passioni, in modo da accettare in maniera sempre più convinta il nostro destino naturale. Per non essere più divorati dal cancro dell’incertezza è necessario abbandonare una volta per tutte l’idea che l’essere umano e il mondo intero possano avere un’origine e uno scopo più grandi di sé. E quindi, in qualche modo si tratta di ribaltare il senso cristiano della libertà e della storia. Si delinea così un programma che porterà i suoi frutti estremi in un pensatore emblematico come Friedrich Nietzsche, il quale così scrive nel Crepuscolo degli idoli (1888):

 

«nessuno all’uomo – né Dio, né la società, né i suoi genitori, né lui stesso – le sue proprie caratteristiche […]. Nessuno è responsabile della sua esistenza, del suo essere costituito in questo o in quel modo, di trovarsi in quella situazione e in quell’ambiente. La fatalità della sua natura non può essere districata dalla fatalità di tutto ciò che fu e che sarà. Egli non è la conseguenza di un personale proposito, di una volontà, di uno scopo […]. Siamo stati noi a inventare il concetto di “scopo”: nella realtà lo scopo è assente… Si è necessari, si è un frammento di fato, si appartiene al tutto, si è nel tutto […] Ma fuori del tutto non c’è nulla! – […] tutto ciò soltanto è la grande liberazione – con ciò soltanto è nuovamente ristabilita l’innocenza del divenire».

 

Questa risposta non può essere liquidata a buon mercato: essa ci inquieta sempre, e per molti costituisce la più radicale alternativa rispetto alla tradizione cristiana (e anche a tutte le filosofie che, in un modo o nell’altro, sono derivate da quella tradizione, come è per esempio lo stesso illuminismo). Ma se la si esamina con attenzione, si vede chiaramente che questa rinuncia alle categorie metafisiche dell’Occidente cristiano (che ci sia un fine nella natura e negli esseri umani, che l’essere finito abbia una relazione costitutiva con l’infinito, che la libertà umana nasca e si eserciti solo a partire dal riconoscimento di altro da sé) viene pagata ad un prezzo altissimo: la decisa svalutazione dell’io come soggetto irriducibile, ossia come punto di “rottura” o “discontinuità” rispetto alla ferrea necessità dell’ordine naturale. In questa prospettiva, infatti, la stessa volontà libera dell’uomo si compirà nell’accettazione della fatalità, come se il tempo e la storia non potessero riservarci più alcuna novità, ma solo un’eterna ripetizione. Ascoltiamo ancora quello che scrive Nietzsche ne La gaia scienza (1882):

 

«Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo chiaro di luna tra i rami  e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Ma potrebbe anche darsi che tu abbia vissuto per una volta sola un attimo immenso, per cui avresti risposto così: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina!”.  […] quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima, eterna sanzione, questo suggello?».



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