BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

TEMA MEETING/ E l’esistenza diventa una immensa certezza

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)

Ecco il punto infuocato di tutta la questione: amare se stessi per Nietzsche significa non desiderare altro che la necessità di se stessi, e ritenere che i propri desideri non abbiano mai un termine più grande del meccanismo dei nostri bisogni naturali. Ma, alla fine, chi potrà mai raggiungere questa posizione? Solo il saggio, solo colui che sarà capace di “costruire” se stesso, così come avveniva nelle tecniche ascetiche dei filosofi pagani. Lo ha notato con chiarezza Salvatore Natoli, a proposito del neo-paganesimo che attraversa la nostra epoca: «per essere all’altezza di quel che il tempo richiede è necessario ripiegarci su noi stessi, raccogliere tutta la nostra potenza e trasformarci in punti di resistenza. […] D’altra parte è noto che si è tanto più se stessi quanto meno si dipende. E solo se non si dipende ci si dona liberamente»(4).

L’ideale sarebbe dunque quello del ritorno dell’areté, della pratica delle antiche virtù, il più nobile tentativo di prendere in mano il proprio destino, non nel senso della hybris, cioè di un’affermazione tracotante di sé, ma nel senso del «prendere su di sé il proprio peso». E la suprema virtù in quest’opera di auto-formazione consiste proprio nella moderazione, nell’auto-regolamentazione e nel governo di sé, in quello che i greci chiamavano “autarchia”. In tale prospettiva l’uomo virtuoso è colui che è capace di «amministrare la propria potenza» nella misura in cui sa misurare il proprio desiderio, senza rinunciare ad esso, certo, ma senza mai cedervi: infatti «il desiderio è potenza che illude perché ci fa dimenticare che siamo una quantità finita di forza»(5).

Quello che avveniva nelle pratiche morali degli Stoici e degli Epicurei, il cui scopo era di creare la propria natura e di forgiare la propria misura di uomini, sembra trovare una singolare assonanza in alcune tendenze di punta dell’odierna antropologia culturale (penso ad esempio a un autore come Francesco Remotti), che sottolineano con forza come l’essere umano sia il prodotto di un continuo processo di «antropo-poiesi», cioè di costruzione della propria identità. La stessa “natura umana”, secondo questa prospettiva, non è nulla di dato, ma va assunta senz’altro come un’illusione o una «finzione di umanità», nel senso che essa viene di volta in volta elaborata come una fiction culturale, che dipende esclusivamente dal grado di adattamento all’ambiente naturale e al contesto sociale(6). Da questo punto di vista viene a cadere, come illegittima, la stessa certezza di una base oggettiva della soggettività umana, ossia la presenza condivisa di alcuni fattori caratteristici di essa, giacché la natura umana, intesa come struttura, non dice molto di più che la mera appartenenza alla specie, mentre il problema del senso dell’esistere è ridotto a un’opzione meramente “soggettiva”. Se dunque la natura umana non è più qualcosa di oggettivamente dato, essa sarà qualcosa da guadagnare e da raggiungere attraverso lo sviluppo di tutta una serie di diritti (ma anche di divieti) che un’epoca, una cultura e una società stabiliscono di volta in volta come determinanti per i soggetti individuali. L’altro lato della necessità naturale è così il relativismo culturale.

Ma c’è sempre un punto che rimane aperto, direi drammaticamente irrisolto. E sebbene si tenti ogni volta di chiuderlo, esso si riapre di continuo. Alla fine, infatti, sia accettando come insuperabile l’ordine necessario delle cause naturali, sia cercando di resistervi attraverso un’auto-formazione interiore, sia semplicemente accogliendo come inevitabile la finzione e l’illusione come la vera sostanza della nostra natura, il sentimento dominante non potrà essere che quello di un’ultima insensatezza del nostro io. Questo non vuol dire che non abbiamo più scopi o soddisfazioni, o che manchiamo di progetti e di traguardi significativi nella vita personale e sociale, ma piuttosto che di fronte alla necessità del tutto – unica ragione certa dell’essere – noi siamo sempre per così dire un caso irrazionale, fortuito di esistenza. Così la certezza si suddivide, da un lato, nell’assumere come unico senso dell’esistere il fatto che siamo costretti ad esserlo, secondo la legge dalla natura; dall’altro lato, nell’approntare un’auto-assicurazione – attraverso tutta una serie di diritti e garanzie – che ci permetta di resistere al caso, cioè al nulla e alla morte.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >