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TEMA MEETING/ E l’esistenza diventa una immensa certezza

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)

Si dirà che in fondo questo è il nostro “destino”, la nostra natura. Ma se è così – ci chiediamo – perché questa natura non basta a se stessa? Perché l’accidentalità e la casualità della nostra esistenza sulla grande scena del mondo continua a crearci disagio e patimento? Perché tutte le spiegazioni che se ne possono dare non ci appagano?

 

3. All’origine, la certezza dell’esistenza. L’incertezza ci inquieta proprio perché essa ci provoca a scoprire che, all’inizio, noi siamo indelebilmente segnati da una certezza – ecco il colpo di scena che il nostro stesso essere ci riserva: è solo perché in qualche modo noi la conosciamo già, questa certezza, che possiamo patirne la mancanza. Non si tratta di un’assicurazione o di una garanzia che abbiamo in anticipo sulla vita, ma dell’esperienza originale che tutti ci ha segnati: quella di essere voluti e accolti dallo sguardo amoroso di nostra madre e di aver percepito il senso, magari non ancora cosciente ma certamente presente, del nostro esistere naturale suggendo il suo seno. La certezza che precede ogni incertezza e che a sua volta ogni incertezza clamorosamente attesta, è il fatto che noi siamo venuti all’essere in un rapporto, siamo di qualcuno, e in quanto tali siamo davvero noi stessi. È in questa memoria che si apre lo spazio di senso del nostro bisogno di certezza.

Quando affermo che dobbiamo andare al fondo dell’incertezza non sto certo dicendo – si badi – che dobbiamo essere contenti di una condizione di precarietà e confusione; al contrario, sto ipotizzando che tutta la nostra debolezza non sarebbe neanche sperimentabile se, dal fondo di essa, non si ridestasse quello che vale come un imprinting del nostro io, vale a dire la certezza di un significato che ci viene da altro da noi e da prima di noi. La certezza non è qualcosa che innanzitutto costruiamo, ma è qualcosa che innanzitutto riceviamo. È qualcosa che ci genera, e che solo in quanto tale può diventare nostra. Né si può dire che questa esperienza non sia originale per tutti: basta osservare, come prova al contrario, quanti problemi derivino in fondo proprio dalla sua mancanza.

Viene in mente quello che diceva Agostino d’Ippona parlando del desiderio più condiviso tra tutti gli uomini, vale a dire quello della vita beata, della felicità: un desiderio che sarebbe del tutto incomprensibile, se gli uomini non sapessero già cosa fosse la felicità o non ne avessero in qualche modo già fatto esperienza – anche se in maniera embrionale e incompleta – in modo da poterla ricordare, desiderare e sperare. Solo perché abbiamo sperimentato la gioia (gaudium), solo perché ci siamo già rallegrati di qualcosa che riempiva il nostro animo, possiamo addirittura essere tristi per la sua mancanza. E per Agostino non si tratta di un godimento qualsiasi, di una soddisfazione a buon mercato, ma di un godimento vero, o meglio di un godimento del vero (gaudium de veritate), ossia di una realtà certa perché infinita, più grande di sé(7).

Ma viene in mente anche il percorso fatto da Cartesio, il quale era partito da una condizione di dubbio universale su tutto quello che c’è al mondo ed era arrivato a scoprire come unica certezza l’esistenza del nostro io come puro pensiero, sostanza pensante intesa in maniera solipsistica, cioè separata da tutto ciò che è altro dal pensiero, compreso il nostro stesso corpo. E poi però, proprio riflettendo sulle idee che questo io solitario può pensare, Cartesio si rende conto che ve ne è una – l’idea dell’infinito o di Dio – che il nostro io pensante trova in se stesso, pur essendo incapace di produrla da sé, essendo egli una sostanza finita. Così, proprio colui che è passato alla storia come l’inventore del soggetto moderno può scrivere: «da ciò segue necessariamente che io non sono solo al mondo»(8), e che quindi «in me la percezione dell’infinito viene prima in qualche modo di quella del finito, ossia la percezione di Dio prima di quella di me stesso. In qual maniera infatti sarei consapevole di dubitare, di desiderare, cioè di esser mancante di qualcosa, e di non essere del tutto perfetto, se non ci fosse in me l’idea di un ente più perfetto, paragonandomi con il quale riconoscessi le mie mancanze?»(9).



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