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TEMA MEETING/ E l’esistenza diventa una immensa certezza

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)

Questa esperienza originaria della certezza, intesa come un rapporto costitutivo dell’io, non si manifesta soltanto in alcuni casi particolari, per quanto importanti (come nella memoria agostiniana della felicità o nella percezione cartesiana dell’infinito), ma rappresenta la struttura permanente di ogni nostro gesto cognitivo e affettivo. La certezza è il riconoscimento soggettivo, ossia l’assenso che noi diamo ad una verità – a un fatto, a un sentimento, a un’idea, a un incontro – che si presenta come un fenomeno oggettivo: e oggettivo non semplicemente perché accade fuori di noi, ma perché più precisamente si manifesta come “altro” da noi. E può essere “altra” anche un’intuizione che emerga improvvisa nel nostro spirito o una convinzione che abbiamo a lungo elaborato nel nostro intelletto, non meno di un’impressione empirica o di una percezione sensibile.

Non sto dicendo che tutte le volte che noi avvertiamo una tale certezza si tratti effettivamente di una verità “oggettiva”, poiché potrebbe anche darsi che si tratti solo di una credenza psicologica che prima o poi si riveli non meritevole del nostro assenso (e quante volte abbiamo constatato amaramente di esserci sbagliati o illusi?); dico solo che quella della certezza è una condizione caratteristica, ossia una posizione inevitabile del nostro essere individui coscienti, consapevoli di sé e del mondo. L’esser-certo può essere addirittura individuato come la postura fondamentale del nostro “io”. E come ce ne accorgiamo? Ogni qual volta noi, incalzati dall’urgenza delle cose o dall’appello delle circostanze, chiediamo il “perché”, noi attestiamo a noi stessi di essere fatti per una risposta, cioè di essere un desiderio di verità e un bisogno di certezza.

Questo nesso strettissimo tra la ricerca e la certezza trova una conferma illuminante in un libro recente del filosofo Diego Marconi, in cui viene commentata una celebre frase di Gotthold Ephraim Lessing, il padre nobile dell’Illuminismo tedesco del XVIII secolo. Scriveva Lessing: «Ciò che determina il valore del singolo uomo non è la verità di cui egli è in possesso o di cui si crede in possesso, ma il sincero sforzo per giungervi. Infatti, le sue forze conseguono un miglioramento non in virtù del possesso della verità, ma in virtù della sua ricerca, e soltanto in questo consiste il sempre crescente perfezionamento umano. Il possesso rende quieti, pigri e presuntuosi»(10). Così, se Dio avesse nella mano destra tutta la verità e nella sinistra l’eterno impulso a ricercare la verità, e ci chiedesse di scegliere una delle due, Lessing non avrebbe dubbi: la pura verità è riservata tutta a Dio e va lasciata solo a Lui; la ricerca è tutta e solo dell’uomo, ed è l’unica cosa che l’uomo può e deve scegliere. A questo proposito nota argutamente Marconi:

 

«Mai mi sognerei di negare il valore della ricerca filosofica o religiosa: tuttavia, questa idea di Lessing [cioè che l’importante sia la ricerca per la ricerca e non il trovare n.d.r.] mi è sempre sembrata una nobile sciocchezza. Dalle chiavi di casa alla terapia efficace del carcinoma ovario, si cerca per trovare. Se davvero si pensasse che non c’è nulla da trovare o che è impossibile trovarlo, si smetterebbe di cercare (infatti non si cerca più di quadrare il cerchio o di realizzare il moto perpetuo). La nobilitazione della ricerca rispetto al suo eventuale risultato è una razionalizzazione di quella che si considera l’estrema povertà dei risultati conseguiti […]: un tentativo di salvare il salvabile, pregiando il viaggio più della meta, a cui non si riesce ad arrivare e che forse non esiste. Ma è una razionalizzazione controproducente, perché fa di un’impresa forse vana un’impresa sicuramente sciocca»(11).

 

Ribaltando l’equazione di Lessing, potremmo dire che se una ricerca fosse solo fine a se stessa, con il tempo non si ridesterebbe più, né ci renderebbe insonni, ma piuttosto languirebbe e finirebbe per inaridirsi: non è il ritrovamento del vero, ma è piuttosto la rinuncia ad esso il segno della pigrizia della ragione. Sta di fatto che con Lessing si è già consumato il divorzio tra la ricerca del vero e il possesso del vero, così che da un lato ricercare significa non dover mai giungere a una risposta, e dall’altro possedere significa non dover cercare più. Se noi facciamo invece attenzione a come la certezza si forma nella nostra esperienza, possiamo vedere che essa costituisce l’ipotesi che guida ogni ricerca  e quindi non si identifica mai solo con la conclusione di un percorso, ma piuttosto con l’intera dinamica del rapporto tra il nostro io e l’essere, tra la nostra intelligenza e il darsi del mondo.



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