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TEMA MEETING/ E l’esistenza diventa una immensa certezza

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)

Il problema non riguarda soltanto la validità delle nostre conoscenze razionali considerate in se stesse, poiché esso porta a galla dimensioni e opzioni fondamentali della nostra intera esperienza personale. Per questo rilancio la posta e mi chiedo: quando diveniamo certi di qualcosa?

 

4. La certezza come il rischio dell’assenso: ragione e volontà. Se la certezza implica sempre un assenso, allora essa consiste in un atto dell’intelletto determinato dalla volontà. Da questo punto di vista essa richiede per così dire un’adesione al vero – potremmo dire una “fede” o “fiducia”, in senso assolutamente non fideistico o sentimentale, ma pienamente conoscitivo e razionale –, proprio perché la certezza non è mai un procedimento meccanico, ma implica la nostra libertà. Alcuni filosofi, penso ad esempio a Edmund Hussserl, hanno chiamato questo atto primario della nostra intelligenza addirittura una «fede originaria» (Urglaube o Urdoxa). Ne troviamo un’affascinante descrizione in questo brano di Hans Urs von Balthasar:

 

«Hanno ragione […] quei filosofi i quali, all’alunno che si trova incerto e smarrito davanti al problema della verità, danno il consiglio di gettarsi innanzi tutto nella corrente, per fare esperienza, corpo a corpo con l’onda, di che cosa sia l’acqua e come vi si avanzi. Chi non arrischia questo salto non sperimenterà mai che cosa sia nuotare; e così pure, chi non osa il salto nella verità non raggiungerà mai la certezza dell’esistenza di essa. Questo primo atto di fede, della fiducia che si butta, non è affatto irrazionale, bensì è la semplice premessa ad accertarsi in via di principio dell’esistenza del razionale»(12).

 

Ma questo rischio originario è anche l’inizio di una disponibilità che non può interrompersi mai, proprio perché la certezza non è mai acquisita una volta per tutte. Continua von Balthasar:

 

«Come il nuotatore deve nuotare sempre per non affondare, nonostante sia divenuto sempre più abile nella disciplina del nuoto, […] così in definitiva anche colui che conosce deve porsi ogni giorno, in maniera nuova, la domanda sull’essenza della verità, senza essere per questo uno scettico sterile e distruttivo»(13).

 

 È quello che Tommaso d’Aquino chiamava «il cogitare», vale a dire quel cammino di ricerca e di discussione che la nostra intelligenza si trova a percorrere per poter raggiungere infine la «certezza dell’evidenza» (certitudo visionis)(14). Sia quando percepiamo dei dati sensibili particolari, sia quando cogliamo dei concetti universali, quello che si richiede per arrivare alla certezza è un «atto di decisione dell’intelletto» (actus intellectus deliberantis), chiamato a verificare le ragioni per cui aderire al vero che ci si presenta.

La conferma più clamorosa di questo procedimento la si può vedere nel caso di quella certezza peculiare che è la fede. Non parlo qui solo dell’originario atto di fiducia di cui si è appena detto, e grazie al quale ci arrischiamo nella conoscenza della realtà, ma di quell’atto razionale con il quale riconosciamo con certezza un “dato” reale in base a indizi, segni o testimonianze indirette, ma senza poterlo dedurre solo logicamente o misurare solo empiricamente. Ora, per Tommaso la fede non è ancora raggiunta mediante il semplice atto dell’intelletto che ha per oggetto il vero e il falso, ma richiede un’adesione dell’io, o come egli dice, un «cogitare approvando» (cogitare cum assensu), intendendo per “assenso” o “approvazione” «un atto dell’intelletto in quanto determinato a una data cosa dalla volontà»(15).

Questo vuol dire che per noi uomini la certezza non è mai una conclusione obbligata o meccanica, dovuta alla dimostrazione necessaria di qualcosa nella sua inoppugnabile verità, né è mai un acquisto fatto una volta per tutte, ma è piuttosto una strada in cui la verità è sempre in attesa dell’approvazione di un “io” conoscente, e in quest’io è sempre richiesta l’azione aperta, rischiosa, mai già pre-costituita della volontà libera. Alla natura della certezza appartiene dunque il fattore-tempo, condizione dell’esercizio della libertà. Al di fuori della strada del tempo non vi sono scorciatoie, tranne quella del dogmatismo e dello scetticismo; e il non affrontare questo percorso non rende affatto più facile, bensì molto più difficile, se non addirittura impossibile, accedere alla verità.



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