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TEMA MEETING/ E l’esistenza diventa una immensa certezza

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)

Questa naturale capacità di assentire della nostra mente, accompagnata dall’ulteriore capacità di riflettere sul proprio assenso, costituisce per Newman il carattere peculiare della certezza umana: essa è, secondo le sue parole, «la percezione di una verità con la percezione che è una verità»(20). Se dunque in ogni atto di conoscenza è richiesto il nostro assenso, il più delle volte in maniera spontanea e non riflessa; nella certezza questo assenso viene percepito esplicitamente, cioè diviene cosciente di sé. È come se (lo dico con parole mie) conoscendo qualcosa di vero io ne percepissi il gusto, il sapore – appunto, il sapere pieno e vissuto –, mi accorgessi del vero che mi raggiunge e di come io sono raggiunto, toccato, cambiato da esso. Questo genere di conoscenza, nella quale sapendo qualcosa noi siamo al tempo stesso consapevoli di saperla – la certezza appunto – non solo è necessaria all’io per conoscere e per agire, ma ha bisogno a sua volta di tutto l’io, cioè della nostra persona nella sua interezza – ragione, sentimento, volontà, libertà – per essere raggiunta.

 

5. Apertura. Forse adesso siamo in grado di comprendere un poco di più la frase di don Giussani che segna il Meeting di quest’anno: «l’esistenza diventa una immensa certezza»(21): è nel verbo che mi pare si raccolga il punto più interessante di questo fenomeno. La certezza è qualcosa che viene scoperto continuamente, non è un “assoluto”, come la si interpreta superficialmente o ideologicamente, ma è un “accaduto”, e più precisamente qualcosa che continua ad accadere, poiché se non accadesse nel presente non esisterebbe affatto.

E in realtà, come potrebbe l’uomo superare la verifica più esigente della certezza, quella rappresentata dal limite e del male? Non rischierebbe forse anche la nostra certezza più originale – come quella del rapporto con nostra madre o con chi ci vuole veramente bene – di soccombere di fronte al dolore e alla morte? D’altra parte, potremmo mai accontentarci di proiettare la nostra certezza al di là dell’esperienza presente, come un sogno o un’utopia, una sorta di triste consolazione necessaria per vivere? Il dramma della certezza mostra qui tutta la sua radicalità: il suo bisogno è infinito, e non può essere soddisfatto da niente di meno che dall’infinito.

Ci è voluto qualcosa di inatteso e sorprendente per riuscire a sperimentare un’altra possibilità di certezza, rispetto alla necessità del meccanismo naturale o a quella della deduzione logica, ma che non si riducesse nemmeno a una speranza irrealizzabile nel presente. È dovuto venire Cristo, nella carne del mondo, per riaprire il ciclo inesorabile del tempo naturale, ponendosi come principio di conoscenza nuova, l’unico capace di valorizzare fino in fondo il bisogno di significato, e cioè l’attesa di compimento e il desiderio di felicità di ogni singolo uomo. Cristo è quel caso unico nella storia dell’uomo, in cui il significato, il logos, è diventato amico del caso. E da allora in poi ogni “caso” – ogni persona e ogni accadimento – non è stato più solo un caso: e non perché, come in alcune filosofie pagane, tutto è necessario o addirittura tutto è Dio (il panteismo), ma perché Dio è diventato uomo, permettendo all’uomo di essere finalmente se stesso, cioè un essere che domanda, desidera e attende, certo della risposta.

Come ogni studioso del pensiero filosofico non può non riconoscere, è il cristianesimo che ha inaugurato la possibilità della libertà: non la semplice possibilità di scegliere una cosa rispetto ad un’altra, ma la possibilità di scoprire il valore irriducibile, infinito di me in virtù del rapporto diretto con chi mi ha creato e mi sta creando ora. Ed è il cristianesimo che ha inaugurato la storia, il cammino verso il compimento in virtù di un avvenimento che ha dato una nuova direzione al tempo. C’era bisogno di Cristo perché la certezza dell’uomo non fosse pagata al prezzo della sua libertà, né sottratta al dramma della storia, ma al tempo stesso non fosse tenuta sotto scacco dalla finitezza e dalla morte. Grazie alla sua resurrezione nella carne si è compiuta una vera e propria “rivoluzione copernicana” nella possibilità di conoscenza e nella capacità di certezza dell’uomo. Quel fatto si è presentato e continua a presentarsi nella storia come l’avvenimento più pertinente alla ragione umana, perché afferma una presenza misteriosa dell’essere che non è riducibile alla natura, ma grazie alla quale noi possiamo divenir certi che la natura stessa e la vita ci è donata, è “per” noi.



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