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IL CASO/ Ebrei, cattolici, musulmani: il "miracolo" di tre fratelli uniti da una divisione

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La prima schermaglia è stata sulla sala. Don Pino ha fatto notare il diverso assetto (tavolo degli oratori, schermo gigante, ampiezza della sala) rispetto agli incontri degli anni precedenti con il professor Weiler, che avevano, anche logisticamente una forma più seminariale; ne ha spiegato il motivo: «Ci sta più gente». «Non è detto che sia sempre un bene», gli ha obiettato ironicamente e con una strizzata d’occhio il professor Weiler. Una battuta, ma nella quale c’era già tutta la speculazione teologica sull’elezione di un «piccolo popolo», che in seguito Weiler ha sviluppato.

Carbajosa ha iniziato il suo percorso da un passo di Deuteronomio 18 con due ammonimenti divini a Israele per indicare i punti in comune con la religiosità naturale, ma anche la radicale differenza da essa della devozione del popolo di Javhé. «Come si può chiedere a un popolo di non tentare di entrare nel mistero con auguri e indovini». Come gli si può chiedere di rinunciare alla dinamica umana e razionale che è stata anche storica?

La risposta è un altro passaggio di Deuteronomio: «Il Signore Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli un profeta pari a me; a lui darete ascolto». Di qui in poi, in modo affascinante («e commovente» ha commentato Weiler) Carbajosa ha parlato di questo «profeta» pari a Mosè, cui dare ascolto e obbedire, della coscienza del popolo di Israele che nella sua storia millenaria «non è più sorto un profeta come Mosè», della sua natura di sposo che «mi baci con i baci della sua bocca», della speranza che questo profeta fosse il Battista, e dell’annuncio di una voce «carica di tenerezza verso la millenaria attesa dell’umanità» di cui Israele è ancora oggi e testimone, una voce che dalla nube diceva: «Questi è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». Per come ha pronunciato «ascoltatelo», il teologo spagnolo poteva non ricordare il «gli darete ascolto» del Deuteronomio. L’ha fatto per confortare chi aveva già capito. E per testimoniare come in quell’ascolto sia la fedeltà al Dio dell’alleanza.

A questo punto la domanda di don Pino è stato tremenda: «C’è un problema, di cui ci parlerà il professor Weiler, il mistero di come il non riconoscimento di Cristo sia anch’esso obbedienza e fedeltà a Dio».

«Noi ebrei siamo testardi - ha esordito Weiler - non voglio convincervi del fatto che abbiamo ragione, ma darvi ragioni che vi spieghino la nostra testardaggine». E in un serrato quanto divertente e divertito excursus ha spiegato i motivi del legalismo morale e rituale ebraico, di quanto gli piacerebbe poterlo trasgredire («Spero sempre in un rotolo di Qumran che dica che possiamo mangiare tutte quelle prelibatezze che ci sono vietate»). Ha spiegato la vocazione di testimonianza del popolo di Israele con un esempio che non poteva non catturare l’uditorio: «È come i Memores Domini, un segno e un richiamo per tutti, ma non tutti possono diventare Memores, non ci sarebbe più il mondo».



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