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GIUSSANI/ 1. Borgna: ci ha insegnato a vivere "dentro" la vita

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Don Luigi Giussani (1922-2005)  Don Luigi Giussani (1922-2005)

Certo. Per i giovani seguire questo sentiero implica sacrificio, distacco dal fascino mondano che ci porta a riconoscere il significato della vita nell’indifferenza, nella distrazione, nella ricchezza, cedendo alla sopraffazione della noncuranza.

Ad un certo punto don Giussani usa una metafora efficace, quella dell’«anoressia dell’umano». Molte altre ce ne sono nel volume. Cosa pensa del linguaggio di don Giussani?

La sua è una parola estremamente ricca: ricca di quelle immagini e di quelle metafore senza le quali il linguaggio muore. L’alleanza inimitabile in lui tra linguaggio poetico e linguaggio teologico trasforma una semplice trasmissione di conoscenze razionali in una parola che parla al cuore. E questo corrisponde alla nostra natura: soltanto quando le ragioni pascaliane del cuore sanno vivere in noi alleate a quella che è la più arida espressività razionale, possiamo arrivare sulla soglia del Mistero. Il risultato è una comprensione più piena della vita.

«Siamo cristiani con un fiato corto, protagonisti di una ragione fragile»…

Con questa immagine Giussani coglie in modo profondo uno degli aspetti psicologici - e non solo quindi teologici - della dimensione concreta in cui da sempre ciascuno di noi vive il rischio di questa spaccatura che oggi si è fatta sempre più intensa, profonda, pericolosa. Oggi l’avanzata travolgente delle tecnologie, apparentemente avanzate, ma regressive dal punto di vista spirituale, impedisce che la vita affettiva, emozionale, si riverberi nella coscienza razionale che uno ha di se stesso e della realtà che vive. Questa scissione, direi questa schizofrenia, rappresenta una delle grandi ferite aperte dell’attuale condizione umana. Viene da qui la perdita di coesione tra parte affettiva, pulsionale dell’io e parte raziocinante.

Che posto ha il fatto, l’evento, la storia nella visione di Giussani?

Giussani dice espressamente nel libro che il cristianesimo non è se non l’adorazione dell’istante. Questo mi ha molto colpito: senza questo concetto, solo apparentemente così astratto, non si capirebbe il cristianesimo. Ogni istante, ogni più piccola circostanza della vita è una sfida perché ci rinnoviamo continuamente, perché rimaniamo sempre aperti al significato, al rimando all’Altro che ogni singola circostanza lascia intravedere nel profondo. «Dentro» ogni avvenimento, e non fuori di esso, siamo chiamati a realizzare fino in fondo la nostra vocazione.

Veniamo all’amicizia: «il Fatto, il grande fatto, la drammatica presenza di Cristo è tale perché emerge in una compagnia». Cosa l’ha colpita del modo in cui se ne parla in questo libro?



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