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LETTURE/ Doninelli: caro Bauman, non esistono solo le Cattedrali del Consumo

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La Sagrada Familia a Barcellona (Ansa)  La Sagrada Familia a Barcellona (Ansa)

Ogni “cattedrale” racconta l’identità del luogo in cui sorge. Per identità io non intendo l’eredità del passato, ma solo ciò che, di questa eredità, riesce ad agire nel presente in modo significativo. Le città globalizzate sembrano destinate a somigliarsi tutte: tutte attraversate da una marea multietnica dove i derelitti sono sempre più numerosi, tutte rese scintillanti dai nuovi simboli del potere globale (le opere delle grandi archistar).

Ma se le cose stessero solo così, potremmo dare il nome di cattedrale solo ai monumenti, sempre più spettacolari, dedicati al Consumo. Per fortuna, continua a esistere a Londra qualcosa che appartiene solo a Londra, e lo stesso vale per Parigi, New York o Pechino. Non è solo la diversità del passato e delle vicende storiche che hanno portato la città ad assumere questa particolare forma, ma un modo particolare, unico, inconfondibile di raccontare la storia del mondo oggi.

Di città in città, di cattedrale in cattedrale, è lo stesso mondo quello che incontriamo, sono gli stessi problemi globali, ma la voce che racconta questo mondo cambia, cambia la chiave di lettura. È la voce della vita quotidiana, che filtra gli eventi della storia e della grande politica macinandoli dentro i problemi di sempre: lavorare, mettere su casa, crescere i figli, aiutarli a vivere una vita dignitosa, far da mangiare, fare la spesa, affrontare le malattie, partorire.

Ciò che noi chiamiamo Parigi, Londra o Il Cairo non sono solo i prodotti della forza e del potere: sono soprattutto le forme imprevedibili, uniche e sorprendenti che la vita dell’uomo alle prese con questi problemi ha assunto nei vari luoghi e nelle varie circostanze della storia. Questa attività, come scrivo nel libro, costituisce almeno il 99 per cento della creatività umana, anche se di questa creatività non si parla mai.

Oggi tutto questo si trova sul ciglio di un nuovo precipizio. Noi non sappiamo (nemmeno Bauman lo sa) se a furia di far finta di niente precipiteremo in esso oppure se, più realisti e avveduti, noi vi scenderemo lentamente, come fa Dante seguendo “il muro della terra”, nella fiduciosa certezza che, al termine del viaggio, troveremo un nuovo, imprevedibile (ma sperabile) bene.



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