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JOYCE/ Eveline, quando le cose di ogni giorno "spogliano" il cuore dell'uomo

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Irlanda, scogliere (Imagoeconomica)  Irlanda, scogliere (Imagoeconomica)

Uno stacco grafico sottolinea l’improvviso cambiamento di scena: Eveline è con Frank al porto. Lui la tiene per mano e le parla. Ma lei è sgomenta e nel groviglio della sua disperazione prega Dio di illuminarla. Con entrambe le mani si aggrappa ai cancelli e lascia che Frank la chiami invano sulla nave. Rivolge solo gli occhi verso di lui, senza alcun segno di addio. Si può essere coraggiosi anche nella comprensibile paura del nuovo? Oppure Eveline non sa staccarsi da ciò che le è, anche dolorosamente, familiare? È solo il senso del dovere a troncare il sogno di una felicità così a portata di mano? O piuttosto un attaccamento fisico, fatto di cose, di odori, di suoni, di memorie, in una parola una appartenenza? Eveline è condizionata dalla sua storia al punto da non essere libera? Oppure la sua è un’altra, incomprensibile, forma d’amore, che coincide con il sacrificio?

L'intento di Joyce è di descrivere nel grigiore di Dublino l’opacità del mondo che si sgretola davanti a lui, e non solo a Dublino. Ma è noto che in ogni opera d’arte, una volta compiuta, entro certi limiti, si possono leggere altri significati e che cercarli è un modo per prolungare la voce dell’Autore fino a udirla parlare dei nodi più problematici e irrisolti di ciascun uomo. Dopo quasi un secolo dalla sua pubblicazione, questo racconto di Joyce è capace di rappresentare la complessità del cuore umano in una forma quotidiana, dimessa e proprio per questo così degna di ammirazione, così in grado di suggerire qualcosa di grande.  


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