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GIUSTIZIA/ Quell’arma "impropria" dei giudici che può cambiare il diritto

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Sotto il primo profilo, non stupisce o stupisce solo fino a un certo punto la proliferazione dei pretesi “diritti fondamentali” o, come li chiama la nostra Costituzione (art. 2), “inviolabili” (salvo poi paradossalmente essere violati in ogni momento, come oggi si verifica, ad esempio, per la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione che pure, per l’art. 15 Cost., “sono inviolabili”).

Il fatto è che, piaccia o non piaccia, anche i “diritti fondamentali” sono diritti di creazione umana e sono il frutto - tra l’altro, spesso transeunte - di secolari esperienze che, fra alti e bassi, flussi e riflussi, corsi e ricorsi storici, fughe in avanti e precipitose ritirate, hanno tuttavia indotto una grande moltitudine di Stati a farne, nel secolo scorso, solenne proclamazione come nella nota Dichiarazione universale dei diritti umani da parte della Assemblea generale dell’Onu del 1948 o nella Convenzione internazionale sui diritti civili e politici del 1966 o nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma nel 1950 o nei vari Trattati o Carte internazionali o nelle Costituzioni dei singoli Stati.

Si tratta di “diritti” del singolo individuo che, secondo i suddetti proclami, non possono essere compressi o limitati e che in particolare mirano a tutelare il singolo individuo di fronte al “potere” o meglio al possibile “prepotere” del “potere statale”.

In quest’ottica, è ben possibile e financo comprensibile che ciascuno (giurista o non giurista) possa essere portato ad ampliare o restringere la categoria a suo piacimento, secondo i propri sentimenti e i propri convincimenti politici, giuridici, etici, religiosi, economici e sociali. Non per nulla mi è capitato di sentir pubblicamente affermare, nei frequenti dibattiti sul fenomeno dell’immigrazione cui ho avuto modo di assistere o partecipare, che anche la “clandestinità” costituirebbe un diritto fondamentale dell’uomo, dovendo essere rimessa alla sua libera scelta se vivere all’onor del mondo o rendersi ignoto alle persone con cui viene a contatto nella sua esistenza e, soprattutto, agli organi istituzionali dello Stato in cui si trova.

Si tratta evidentemente, almeno oso sperare, di tesi assurda e paradossale; ma che intanto può trovare e trova spazio in quanto i cosiddetti “diritti fondamentali”, essendo frutto di menti umane (per loro natura deboli e fragili), non possono non costituire una categoria “aperta” a ogni inserimento, variabile, modificabile, soggetta a espansioni e restringimenti a piacere; non sono infatti oggetto né delle tavole del Sinai, né della “nuova ed eterna alleanza” tra il divino e l’umano. E intanto hanno e possono trovare un tendenzialmente universale riconoscimento in quanto, di fatto, sono - più o meno universalmente - condivisi, accettati e non discussi i valori (libertà, eguaglianza, spirito di fratellanza e solidarietà, sicurezza, dignità della persona umana, ripudio della guerra e della violenza, ecc.) su cui si fondano o a cui si ispirano.

La storia e anche l’esperienza ci insegnano che in realtà questi “diritti fondamentali” o “inviolabili” non sono invariati e invariabili né nel tempo, né nello spazio e sono stati e continuano, con frequenza maggiore o minore nei singoli Stati, a essere violati. Per quanto riguarda il tempo, non vi è bisogno di dimostrazione perché tutti sanno come certi valori e certi diritti si siano affermati lentamente nel corso dei secoli, ma non sono stati affatto sempre presenti nell’intero corso della storia umana (si pensi, tanto per fare l’esempio più immediato, alla eguaglianza nei diritti tra l’uomo e la donna); per quanto riguarda lo spazio, salta agli occhi di tutti come, in questi tempi di globalizzazione, sia i “valori cui si ispirano”, sia i diritti stessi siano tutt’altro che condivisi nelle varie comunità che compongono il genere umano (anche qui, può soccorrere lo stesso esempio relativo alla eguaglianza tra uomo e donna).



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