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GIUSTIZIA/ Quell’arma "impropria" dei giudici che può cambiare il diritto

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Prima della globalizzazione (o meglio, del suo inizio, perché sicuramente siamo solo al principio di un processo che verosimilmente avrà durata plurisecolare) ogni società era abbastanza chiusa e definita in se stessa, nei confini di entità territoriali (Stati, regioni, nazioni, continenti) aventi una certa stabilità di popolazione e quindi anche di costumi, di civiltà, di credenze etiche o religiose. E quindi anche i “valori” e i “diritti fondamentali” sono andati progressivamente stabilizzandosi, consolidandosi, raffinandosi e anche reciprocamente integrandosi in maniera sufficientemente equilibrata e uniforme.

Cioè trovando, i suddetti valori e diritti fondamentali, i propri limiti, le proprie eccezioni, le proprie condizioni nel reciproco rapporto, in una combinazione di “prevalenze”, “soccombenze” e “coesistenze” abbastanza comunemente accettate, perché a loro volta oggetto di un riconoscimento tendenzialmente universale.

Con la globalizzazione le cose stanno cambiando e ancora più sono destinate a cambiare perché, come giustamente hanno osservato Piffer ed Epidendio, “la dimensione sopranazionale dei fenomeni regolati dal diritto e la conseguente insufficienza della risposta dello stato (io direi: degli Stati), con il sempre più frequente ricorso a strumenti di regolazione sopranazionali, rappresentano ormai un dato acquisito, una realtà”.

L’irrompere di nuove culture, di nuovi costumi (si pensi alla poligamia), di nuovi diversi e talora contrapposti “diritti fondamentali”, in una parola di “nuove civiltà” (si pensi a quelle di matrice islamica) pongono dei problemi di “convivenza giuridica” enormi e di difficilissima soluzione sia all’interno di tutti gli Stati investiti dal fenomeno, sia nei loro reciproci rapporti. Basti pensare alle difficoltà, per gli Stati europei, di trovare una risposta comune al fenomeno dell’immigrazione in generale e dell’immigrazione clandestina in particolare.

I problemi ovviamente non si limitano a quelli dell’immigrazione, ma investono qualsiasi settore della vita e della attività dei consociati, dall’istruzione alla formazione professionale, dai rapporti economici a quelli sociali e familiari, dalla cultura all’attività sportiva, al turismo, alla produzione, ecc. Ovviamente ogni “società” ha le sue regole che ne costituiscono il diritto (ubi societas, ibi ius): regole che si sono sedimentate nel tempo e che improvvisamente si trovano a confronto con altre regole, spesso incompatibili e comunque quasi sempre difficilmente conciliabili.

In assenza (finora) di un unico legislatore sopranazionale che si sostituisca e prenda il posto dei tanti legislatori nazionali, con potere di dettare le nuove regole valide per tutti gli Stati e tutte le nazioni almeno entro determinati confini, e quindi fermo restando, in linea di massima, il principio della sovranità nazionale di ogni singolo Stato all’interno delle Comunità più vaste (internazionali, europee, ecc.), ecco che le istituzioni governative sopranazionali si sono dovute limitare, per lo più, a “legiferare per principi e per valori”, a stabilire cioè, in linea di massima, i principi e i valori a cui si sarebbero dovute attenere le varie normative nazionali, senza poter scendere eccessivamente nei dettagli proprio per non interferire oltre misura con l’autonomia dei singoli Stati.

E quindi senza preoccuparsi dell’estensione e della proliferazione dei valori di riferimento, perché il contemperamento tra gli stessi veniva e viene poi affidato, in gran parte, alla specifica disciplina interna di ciascun Stato. Di qui quindi una normativa (comunitaria) tendenzialmente molto astratta, molto teorica, molto distaccata dalla concretezza dei problemi che i singoli Stati si trovano a dover affrontare e che spesso non sono coincidenti tra gli uni e gli altri.



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