BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

GIUSTIZIA/ Quell’arma "impropria" dei giudici che può cambiare il diritto

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Foto: InfoPhoto  Foto: InfoPhoto

Fin qui, però, siamo ancora nei limiti della fisiologia. Dove si rischia di andare al di là di questi limiti e di passare dalla fisiologia alla patologia è nella traduzione pratica di questo sistema a opera (finora) della giurisdizione, ma tendenzialmente anche della pubblica amministrazione. Perché, almeno nel sistema comunitario europeo, da un lato le decisioni delle Corti di giustizia (di Lussemburgo e di Strasburgo) finiscono per avere una portata, una estensione e un’efficacia normativa nell’ordinamento giuridico dei singoli Stati superiori a quelle delle stesse Corti costituzionali nazionali e, dall’altro, il dovere imposto ai singoli giudici (e anche ai singoli pubblici amministratori) nazionali di disapplicare la normativa nazionale se ritenuta in contrasto con le direttive comunitarie rischiano di provocare quel “disfacimento” del diritto cui facevo sopra riferimento.

È infatti assolutamente inevitabile che, di fronte a una “superiore” normativa per “valori e diritti fondamentali”, i singoli giudici siano portati psicologicamente e istintivamente a scegliere e a far prevalere, nei procedimenti in cui sono chiamati a prestare la loro opera, quelli che “sentono” più propri secondo il proprio “sentimento politico”, inteso per tale non solo e non tanto un sentimento di partecipazione o simpatia per una determinata area o cultura politica (che a sua volta può essere determinata da convinzioni etiche o religiose o sociali, ecc.), ma anche un proprio personale “sentimento di giustizia”: con la conseguenza che si adotta la decisione che si ritiene più “giusta” non perché più corrispondente al dato normativo, ma perché realizza in modo personalmente più soddisfacente il proprio “sentimento di giustizia”.

Ed è per questo che, proprio con riferimento alla direttiva europea 115/2008 sul rimpatrio degli immigrati clandestini, si è determinato in Italia il caos efficacemente descritto da Piffer ed Epidendio nei loro articoli. Perché quasi ogni giudice è andato “per conto suo”, secondo il suo personale convincimento “politico”. E per ogni giudice intendo far riferimento a ogni giudice sia nazionale, sia sopranazionale. Perché non vi è dubbio che anche il giudice europeo, dovendo valutare la normativa di singoli Stati (quella degli Stati in cui qualche giudice ritenga di sollevare la questione: il che accade soprattutto in Italia) nei suoi rapporti di compatibilità con direttive europee incentrate su “valori”, è poi inevitabilmente portato a decidere sulla base di proprie “visioni politiche” permeate di una notevole dose di soggettivismo, in cui il giudice finisce per sentirsi non l’umile, fedele e magari pure prosaico applicatore di regole poste da scelte normative altrui (a cui ci si deve inchinare anche se non piacciono), ma il messaggero o l’avanguardia della nuova civiltà.

Ma tutto questo alla fine questo crea il caos, l’anarchia, il disfacimento del diritto in quanto, per dirla con Piffer ed Epidendio, vi è “il rischio sempre incombente di una tirannia dei valori, cioè di una tirannia del sentimento, fosse anche quello legato a una esigenza di giustizia”: rischio che, a seguito della dimensione sovranazionale dei fenomeni regolati dal diritto e del moltiplicarsi delle fonti e dei conseguenti spazi di maggiore discrezionalità lasciati al giudice, finisce per tradursi in un pericolo sempre più forte dell’affermarsi, da parte di ogni singolo giudice, di un “sistema di valori preconcetto”.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >