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GIUSTIZIA/ Quell’arma "impropria" dei giudici che può cambiare il diritto

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Il rimedio. Secondo gli Autori degli articoli citati, la sfida o il contrasto a questa deriva soggettivistica e relativistica starebbe nel controllo che la ragione è chiamata a effettuare sui beni rilevanti selezionati dal sentimento, ragione intesa come capacità razionale, aiutata ma non offuscata dal sentimento, di cogliere tutti i fattori della realtà e non solo quelli dettati dal sentimento che rischia di trasformarsi in pura ideologia.

Sul che si può anche essere d’accordo, ma con la precisazione che non sempre è facile la distinzione tra ragione e sentimento, perché anche le capacità razionali dell’uomo restano pur sempre nei limiti dell’umano: con la conseguenza che non è impensabile il tentativo di rivestire il sentimento con le (pretese) capacità razionali o, peggio, di scambiare l’uno con le altre. Perché tutti conosciamo le capacità dialettiche e argomentative con cui si possono occultare scelte che sono invece ideologiche e politiche: e questo, come vale per ciascuno di noi, vale sicuramente anche per i giudici, come insegnano sempre la storia e l’esperienza.

Da parte mia, nella consapevolezza che anche i rimedi prospettabili sono pur sempre rimedi umani e quindi, per loro natura, transeunti e imperfetti, sul piano normativo comincerei a suggerire qualche ripensamento sui meccanismi di “adeguamento” dei diritti interni ai principi comunitari per evitare che ogni singolo giudice (o ogni pubblico amministratore) possa un bel giorno svegliarsi e decidere di disapplicare una certa normativa nazionale perché da lui ritenuta in contrasto con i principi comunitari (quanto meno un passaggio attraverso la Corte costituzionale o qualche organo similare mi sembrerebbe inevitabile); sul piano della formazione e dell’etica professionale, comincerei a ricordare che al giudice è precluso sostituire il “sentimento” proprio a quello del legislatore e che l’attività del giudice - se pure non confinabile in quella di “bocca della legge” come intesa in tempi passati - resta pur sempre quella di “interpretare” e tradurre nel concreto una volontà astratta altrui che non sarà più, come negli Stati assoluti, quella del Re o dell’Imperatore, ma resta pur sempre quella del “sistema” costruito da fonti di produzione normativa diverse dallo stesso giudicante.

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