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VERSO IL MEETING/ I paradossi di Pasternak alla ricerca del prodigio quotidiano

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Le lettere di Pasternak (Foto Ansa)  Le lettere di Pasternak (Foto Ansa)

«E l’esistenza diventa un’immensa certezza». Quando abbiamo letto il titolo del Meeting di Rimini di quest’anno, con questa idea di una realtà che torna a essere quello che è, un’immensa certezza, nella sua imponenza misteriosa e irriducibile, ci è sembrato che non ci potesse essere titolo più vicino all’esperienza di Pasternak, il grande scrittore russo autore del Dottor Živago, premio Nobel per la letteratura nel 1958: per Pasternak, vivere la vita, che non è cosa «semplice come attraversare un campo», significa «ritrovarla nella sua antica certezza»; è il paradosso della vita e della realtà: sono una certezza, un’imponenza e un’evidenza assolute, al punto che negarle è follia, ma questo non toglie nulla al loro irriducibile mistero: sono un mistero, anzi sono mistero.

Come abbiamo cercato di mostrare con la mostra intitolata «Mia sorella la vita» (dal titolo di una famosa raccolta poetica), la lettura di Pasternak a ogni pagina ci restituisce il mistero della vita, quel suo mistero infinito che la rende vivibile, perché senza infinito, come dice lo stesso Pasternak, la vita «è soltanto un malinteso provvisoriamente non chiarito» e perde la sua stessa dimensione più autentica.

La realtà della vita, infatti, scompare là dove la si vuole ridurre e la si vuole possedere, là dove si pretende di conoscerne la formula; è la verità che Pasternak ci fa scoprire, nel suo grande romanzo, descrivendo la figura di Strel’nikov, il giovane, amante della giustizia e dell’umanità, divenuto uno spietato rivoluzionario (il suo nome significa «il fucilatore») proprio per questa pretesa di poter dominare tutto: «Due tratti distintivi, due passioni lo dominavano. I suoi pensieri erano di una chiarezza e di un equilibrio estremi. Possedeva in misura rara purezza morale e senso della giustizia, era acceso dai più nobili sentimenti. Ma per essere uno scienziato che apre nuove vie, alla sua intelligenza mancava il dono del fortuito, la forza che con scoperte impreviste viola la sterile armonia del prevedibile. Nello stesso modo, per operare il bene, alla sua coerenza di principi mancava l’incoerenza del cuore, che non conosce casi generali, ma solo il particolare, ed è grande perché agisce nella sfera del piccolo».

La stessa esperienza personale di Pasternak era stata quella della difficile riscoperta e difesa della realtà che l’ideologia aveva voluto a ogni costo ridurre per poter dominare; come si dice in una delle ultime pagine del Dottor Živago, cercando di trarre un bilancio umano del grande terrore degli anni Trenta: «Io credo che la collettivizzazione sia stata una misura sbagliata, un fallimento, e non si poteva riconoscere l’errore. Per nascondere il fallimento, bisognava con tutti i mezzi dell’intimidazione far in modo che la gente disimparasse a giudicare e a pensare, costringendola a vedere ciò che non esisteva e dimostrare il contrario dell’evidenza. Di qui la crudeltà senza precedenti del periodo di Ežov».



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