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STORIA/ Senza la bellezza delle Solovki non capiremmo il male di Auschwitz

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Isole Solovki, veduta del complesso principale (Immagine d'archivio)  Isole Solovki, veduta del complesso principale (Immagine d'archivio)

Ma questa non è la solita storia del luogo incontaminato che viene aggredito dalla società dei consumi, qui siamo alle isole Solovki, nel «tumore madre che ha generato le metastasi del Gulag», come ha scritto Solzenicyn. Questa terra abitata per cinque secoli dai monaci ortodossi e bagnata del sangue di innumerevoli vittime per un ventennio del ‘900, ha un valore universale («colosseo del XX secolo» l’ha chiamata Giovanni Paolo II); qui la preghiera e la santità sono indissolubilmente intrecciate allo splendore della natura e alle fosse comuni. È su questo intreccio inquietante e gravoso che si scatena oggi lo scontro.

Attorno al destino delle isole è in corso una sorda lotta tra la comunità locale (che desidera solo poter vivere di turismo), il museo (interessato a conservare la memoria del lager e ad arricchirla di tutti i possibili dati storici e materiali) e i monaci che dal 1990 sono tornati a vivere nel monastero e che sognano di riguadagnare l’intero territorio alla vita spirituale, come nel passato. La linea politica generale favorisce la Chiesa, e infatti nel 1998 il Museo ha dovuto siglare un accordo che prevede la restituzione graduale di tutti gli edifici e delle isole stesse alla Chiesa ortodossa. Ma la tutela ecclesiastica sembra indifferente alla memoria del campo di concentramento, così sull’isola di Anzer (dove si trovava l’ospedale del lager, in cui sono morti molti sacerdoti e laici) già dal 2004 l’accesso è consentito solo ai pellegrini del monastero, e i recenti lavori di restauro hanno cancellato tutti i segni del lager. E dal 2009 il Museo ha un nuovo direttore nella persona dell’archimandrita Porfirij, abate del monastero. Questa linea di tendenza spaventa la comunità civile, che teme di essere espropriata dal monopolio monastico, e preoccupa gli storici del museo.

Certo ci sono in gioco interessi economici, ma anche concezioni diverse. È certamente falso pensare di poter separare i diversi ambiti: l’osservazione delle foche o gli antichi labirinti a prescindere dalle fosse comuni, o il lager a prescindere dal monastero. Ma è altrettanto inaccettabile guardare tutto alla rinfusa, senza una gerarchia di valore. E soprattutto senza fare i conti con un fatto sconvolgente: che, al di là di tutte le nostre discussioni, in questo luogo la bellezza estrema e il male estremo sono andati di pari passo e non si può più fare esperienza della prima senza cercare di capire il senso del secondo.



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