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30ANNI DOPO/ Così si sono avverate le "profezie" di Montale

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Eugenio montale (Immagine d'archivio)  Eugenio montale (Immagine d'archivio)

Il confort sempre più diffuso nell’attuale civiltà, con la progressiva affermazione delle «comunicazioni (e dei beni) di massa», ha da un lato alterato radicalmente la nostra percezione del tempo (con la frenesia da cui derivano impazienza e disattenzione), e dall’altro disintegrato, o confuso, ogni senso di identità. L’orizzonte pare a Montale assai cupo: un esibizionismo isterico - il bisogno spasmodico di farsi subito “apprezzare” - ha cancellato ogni occasione di riflessione, ha tolto il respiro al dono della speranza. «Oggi più che mai», si legge nel testo, «l’uomo civilizzato è giunto ad avere orrore di se stesso». Il contenuto profondo dei suoi gesti è «il vuoto assoluto». E i suoi talenti, le sue arti e le sue tecniche, egli piega per ottenere quel «massaggio psichico», che, attraverso lo stordimento della ragione, simile orrore consenta di occultare.

La perversione della natura umana, che induce a pianificare la vita come una merce o un prodotto industriale, è messa fuoco causticamente. E perciò ci si può chiedere, senza pretesa di trovare una risposta, quale sarà l’avvenire di un mondo siffatto, effimero e fatiscente. Forse, suggerisce Montale, «per necessario contraccolpo», «per miracolo», ne potrà nascere una cultura nuova, e insieme antica, cioè fedele alle proprie eterne ragioni. A questa “restaurazione”, viene detto, «possiamo tutti collaborare»: il poeta, l’insegnante, lo scolaro; il giornalista, il manager, l’operaio. Riscoprendo il senso della memoria e il piacere della discrezione. Recuperando, ciascuno nel proprio campo, il gusto della gratuità: ovvero il significato autentico del concetto di “convenienza” (sintesi disinteressata, e perciò liberatoria, di bellezza e verità), che, secondo il paradigma dell’esperienza artistica, costituisce uno dei vertici dell’animo umano.

Affinché ciò possa realizzarsi, conclude Montale, è però necessario saper dire di no: è necessario sottrarsi attivamente alla schizofrenica esplosione in atto, alla manipolazione che tutto travolge e distorce. Perché l’uomo oggi possa rinvenire se stesso, occorre «un vero salto di maturità», che lo conduca al di là dei gusti e delle mode, al di là della «crisi» in cui sono precipitate tutte le arti e le economie. Smettere di sentirsi padroni, detentori, sotto chiave (o sotto vetro), di ogni controllo: per accettare la provocazione avventurosa della storia, il gusto di un «qualsiasi grande spettacolo naturale»; per ritrovare la realtà. Questa, secondo Montale, è la sfida a cui - oggi - siamo chiamati. Non è sicuro, per Montale, che la potremo vincere, ma non sarebbe bene che l’arte e la poesia, come la scuola e la politica, rinunciassero alla loro più nobile funzione, di auspicio e accompagnamento per ciascuno sul cammino verso il proprio autentico destino, la grazia della felicità.

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