Cultura
lunedì 12 settembre 2011
Un’immensa sfiducia nella vita. Questo, secondo Eugenio Montale, sarebbe il tratto caratterizzante, in maniera più o meno esplicita, della nostra epoca. Questo sarebbe il frutto di una «svolta storica di proporzioni colossali», che ha iniettato il suo veleno - il cinismo e la sterilità, mascherati dall’euforia dilagante - nel «mondo intero», o almeno in «quella parte del mondo che può dirsi civilizzata».
Simile giudizio è contenuto nel discorso pronunciato dal poeta, il 12 dicembre 1975, all’Accademia di Svezia, in occasione del conferimento del Premio Nobel, e pubblicato con il titolo È ancora possibile la poesia? Si tratta di un testo fosforico e spigoloso, su cui, in coincidenza col trentennale della morte dell’autore, pare non improprio sostare. In esso infatti, al di sotto del tono a volte sarcastico, lampeggia il desiderio - dello scrivente - di fare la propria parte, di contribuire, cioè, da poeta, all’intendimento della propria età. E di lavorare, dunque, «per l’umanità», attraverso la difesa di quei valori più fortemente attaccati dalla corrosione mercificatoria in atto.
Che cosa sta succedendo, si chiede Montale, nel mondo? La nuova e terribile malattia, che tutto e tutti sembra contagiare, si chiama - a suo dire - «spirito utilitario»: ovvero, una percezione della vita, «rumoristica e indifferenziata», per cui il profitto e il consumo, la pianificazione e il successo diventano le uniche chiavi di lettura, gli unici binari dell’esistenza. Usare e buttare - gli individui come i libri - sembrano a Montale le nuove leggi, i criteri finalmente invalsi in ogni campo o ambito del fare e del pensare. Così che l’uomo, per esorcizzare l’orrore della solitudine, è quasi costretto a liberarsi della propria coscienza. Perciò «la multisecolare diatriba sul significato della vita», sullo scopo buono con cui la libertà di ciascuno è chiamata a confrontarsi, ha smesso di essere interessante. Non ci sono più ipotesi, non ci sono più autorità intorno alle domande naturalmente scritte nel cuore di ognuno.
L’esercito di coloro che lavorano controcorrente, una vera e propria legione di anime immacolate, non può impedire che dilaghino la corruzione, il delitto, la violenza, l’intolleranza, il fanatismo, lo spirito persecutorio - i frutti più maturi «dell’eterno albero del male». Sicché «il benessere (là dove esiste, cioè in limitati spazi della terra») ha oggi «i lividi connotati della disperazione».
Trascorsi trentacinque anni, tale giudizio e tale posizione - una simile assunzione di responsabilità da parte di Montale - conservano inalterata la propria forza, la propria capacità di spronare a un surplus di attenzione. Ci si permette, quindi, di richiamarne alcuni spunti, ritenuti fondamentali, seppure intrisi, nell’originaria formulazione, di ironia e risentimento.
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