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DIBATTITO/ Il mistero del linguaggio, ovvero: perché Gesù non ha scritto nulla?

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Jacques-Louis David, La morte di Socrate (1787)  Jacques-Louis David, La morte di Socrate (1787)

A guastare la festa, verso la fine degli anni cinquanta del secolo scorso vennero degli studi sulla struttura logica del linguaggio che mostrarono come ridurre il codice di comunicazione umana solo a meccanismi di tipo statistico era impossibile: le grammatiche contengono nel loro nucleo la capacità potenziale di produrre strutture infinite (capacità in questo per certi versi comune alla matematica e alla musica). Inoltre, la comparsa dell’infinito non ammette gradualità, esclude cioè che esistano negli altri esseri viventi “precursori” di questa capacità: certamente gli animali comunicano, ma non lo fanno utilizzando meccanismi capaci di “costruire” l’infinito. Noam Chomsky, capostipite di questi studi, collegò questa complessità, l’universalità di alcuni principi delle grammatiche e l’apprendimento spontaneo del linguaggio nel bambino in una visione unitaria arrivando a dichiarare che “gli esseri umani siano in qualche modo progettati in modo speciale con una capacità di natura e complessità sconosciuta”.

Oggi sappiamo dagli studi di neuroimmagine che questi circuiti che generano strutture infinite sono profondamente ancorati nel nostro cervello, nella nostra carne, anzi ne sono espressione diretta. Dunque, i “confini di Babele” esistono e nessuna ideologia può pensare di dissolverli. Perché le cose stiano così non ci è dato di saperlo: il mondo poteva essere diverso, potevamo avere tutti la stessa lingua, o capirci senza limiti eppure ciò non accade. E non abbiamo nemmeno una spiegazione condivisa e chiara in termini evolutivi di come mai tutto ciò sia capitato solo a noi esseri umani, ma non si deve trattare di un fatto marginale, come invece per altri tratti esclusivi di certe specie, visto che proprio la specie umana è l’unica che vive l’esperienza del progresso. Se un bambino non rifà da capo la storia dell’umanità quando nasce scoprendo la ruota a tre anni, il fuoco a cinque e via di seguito, mentre un ragno, per esempio, riparte da zero, questo non può non dipendere in ultima analisi che dalla struttura particolare del linguaggio.

Resta, almeno per chi scrive, un altro mistero legato al linguaggio e alla certezza, un mistero per certi versi struggente che chiama in causa ancora una volta tutti noi. Alla nostra specie è dato, anche in questo caso come dotazione neurobiologica specifica, la capacità di trasferire sulla materia inerte le espressioni del linguaggio: cioè sappiamo scrivere. Se la scrittura fissa in modo certo ciò che è espresso nel linguaggio, perché Cristo che certamente sapeva leggere - e non abbiamo motivo di pensare non sapesse anche scrivere (malgrado, come mette bene in luce John Paul Meier, l’unica testimonianza inequivocabile è l’episodio della scrittura sulla sabbia durante la lapidazione dell’adultera) - perché Cristo, dunque, non ci ha lasciato nulla di scritto? Se sia un mistero o se questo fatto si presti invece all’interpretazione di un segno che sta a indicare che senza il coinvolgimento personale di un incontro non esiste via, questo lo lascio a tutti noi come domanda.

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