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LETTURE/ La crisi politica e quelle certezze di Virgilio che ci mancano

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Virgilio con l’Eneide tra Clio e Melpomene  Virgilio con l’Eneide tra Clio e Melpomene

La chiusa del componimento è di incantevole bellezza; Titiro invita l’amico  a cenare con lui per l’ultima volta, ben sapendo di non poter lenire la ferita del distacco, ma offrendo la sua ospitalità e i suoi semplici beni:

Tuttavia stanotte potresti riposare qui con me

su un giaciglio di verdi frasche; abbiamo frutti maturi,

morbide castagne e formaggio in abbondanza,

e già da lontano fumano i comignoli dei casolari

e più lunghe scendono le ombre dagli alti monti.

Lo sguardo di Virgilio si sposta  dall’interno della sua casa più in alto, verso il cielo, dove il fumo delle cascine, che allude all’intimità domestica, si perde in una nota di mestizia, nel crepuscolo che annuncia imminente la notte. L’ombra presto avvolgerà ogni cosa, la sorte degli uomini vegliata dai monti lontani.

Nessuno ha detto in questi mesi estivi parole neppure lontanamente simili a queste. Forse in alcune posizioni del Capo dello Stato si intravedeva una cura attenta alla vita sociale, ma il mondo degli intellettuali non ha prodotto, a parere di chi scrive, alcuna cosa degna di nota. Per questo riandare all’eco di una parola antica rende più forte la consapevolezza che la vita dell’uomo è una lotta, in ogni tempo e in ogni luogo. Una lotta in cui i segni di pace e di bellezza non mancano mai.

 



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