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TEMA MEETING/ E l’esistenza diventa una immensa certezza

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-1601)

La relazione che Costantino Esposito, docente di Storia della filosofia nell’università di Bari, ha tenuto in occasione dell’ultimo Meeting per l’amicizia tra i popoli, il 23 agosto 2011.

 

Per prima cosa io vorrei ringraziare chi mi ha invitato a parlare sul tema del Meeting di quest’anno, perché mi ha dato l’occasione, direi quasi mi ha costretto a chiedermi con quanta verità mi è possibile – ci è possibile – pensare e dire e domandare della parola “certezza”. A questo proposito devo ammettere, sin dall’inizio, che non c’è nulla di quanto vi dirò che io non abbia imparato, e dunque è proprio questa mia scoperta, molto di più delle opinioni che potrei avere sul tema, ciò che mi preme comunicarvi. Per questo stasera mi permetto di invitarvi a un lavoro comune, perché senza la vostra presenza, e cioè senza la vostra domanda, il mio sarebbe solo un discorso, magari un discorso interessante, e non – come invece spero – un’occasione di conoscenza.

Il mio percorso si snoderà attraverso quattro passaggi e un’apertura.

 

1. L’incertezza come condizione diffusa del nostro tempo. Sembra che la condizione più condivisa dagli uomini del nostro tempo – tanto diffusa da risultare quasi insuperabile, come una condizione ormai “naturale” – sia l’incertezza. E la cosa ha una sua innegabile evidenza, sia come percezione di una fragilità strutturale a livello psicologico, sia come l’esito di un’insicurezza endemica a livello economico, sociale e politico. Ma il fenomeno merita un’attenzione particolare, perché del tutto particolare è la sua posta in gioco, la provocazione che esso ci lancia, e che difficilmente riusciremmo a cogliere in tutta la sua portata limitandoci alle consuete analisi psico-sociali.

Intervenendo ad un Festival di filosofia dedicato l’anno scorso al tema della “fortuna”, il sociologo Zygmunt Bauman osservava acutamente che tutta la cultura moderna era nata con la promessa di sfidare, in una «guerra totale di logoramento» quel «mostro policefalo» che è l’incertezza (1). A seguito delle guerre di religione che avevano infiammato e sfigurato l’Europa tra il XVI e il XVII secolo, i filosofi avevano concluso che «Dio si era ritirato dalla supervisione diretta e dalla gestione quotidiana della sua creazione», e che quest’ultima, da parte sua, risultava definitivamente «sorda rispetto ai bisogni e ai desideri degli uomini».  Occorreva dunque sottoporre il mondo a «una nuova gestione (umana, questa volta) indirizzata a chiudere i conti una volta per tutte con i più terribili demoni dell’incertezza: la contingenza, la casualità, la mancanza di chiarezza, l’ambivalenza, l’indeterminazione e l’imprevedibilità». Questo avrebbe permesso di non far dipendere più la felicità degli uomini dai “colpi di fortuna”, né di attenderla come un dono del cielo, ma di conquistarla come «il prodotto di una programmazione fondata sulla conoscenza scientifica e sulle sue applicazioni tecnologiche».

Tuttavia, questa strategia di controllo non riuscì vittoriosa come si sperava. Ancora nel XVIII e nel XIX secolo si pensava che la mancanza della vittoria definitiva sull’incertezza dipendesse da una serie di problemi non ancora scientificamente affrontati, ma che, con il progresso della scienza, alla fine essi sarebbero stati risolti. La vera novità, il cambiamento drastico, secondo Bauman, è arrivato invece negli ultimi cinquant’anni (ma io direi anche prima), quando ha cominciato a mutare lo stesso significato attribuito alla “contingenza”, cioè alla nostra condizione di essere finiti, e dunque dipendenti dai casi della natura e dagli eventi della storia. Se in precedenza, infatti, ciò che era puramente casuale, imprevisto o incontrollabile era considerato come un fenomeno marginale di disturbo, a partire dalla seconda metà del XX secolo è come se tutto invece convergesse verso la precarietà: dalla conoscenza del cosmo all’analisi dell’io individuale, dalle strutture elementari della materia alla dinamica delle società complesse, i fenomeni collaterali di disturbo venivano interpretati come «attributi primari della realtà e sua principale spiegazione». Così, «oggi ci stiamo rendendo conto che contingenza, casualità, ambiguità e irregolarità sono caratteristiche inalienabili di tutto ciò che esiste, e pertanto sono irremovibili anche dalla vita sociale e individuale degli esseri umani».



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