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CERTEZZA/ Ferraris: le mie quattro piccole grandi "incertezze" sulla certezza

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Certezza o verità? E qui veniamo a una quarta incertezza cruciale. Siamo certi di poter essere certi della certezza? Dobbiamo fidarcene? Ci sono delle madri cattive, sia in senso proprio, sia in senso figurato; ci sono mistificatori e manipolatori, sia in nome della ragione sia in nome della fede. Inoltre, la certezza, e proprio l’esperienza sensibile ce lo dimostra, può essere ingannevole. Così, posso essere vittima di allucinazioni; oppure mia madre potrebbe non essere mia madre, e potrei al limite essere come le papere di Lorenz; oppure ancora, come è successo ai ragazzi della Hitlerjugend, la mia certezza e il mio affidamento fondamentale potrebbe chiamarsi Adolf Hitler.

Dunque la certezza da sola non basta, ha bisogno della verità, cioè del sapere. E in questo campo piuttosto che con l’esperienza dell’affidamento alla madre ci confrontiamo con l’esperienza opposta, con l’uscita dell’uomo dall’infanzia e con “l’osa sapere!”, cioè con i caratteri dell’Illuminismo secondo Kant. Infatti nessuno nega che alla luce dell’affidamento, della certezza, della dipendenza, si possa vivere e morire, e forse anche molto bene. Lo riconosce lo stesso Kant quando, in Che cos’è l’illuminismo? osserva che “è tanto comodo essere minorenni”. E certo Edipo sarebbe vissuto meglio se non avesse saputo la verità. Questi moventi pratici, anzi, “eudemonistici”, si sarebbe detto una volta, non ci esentano da una considerazione: vivere nella certezza, proprio per quello che ha detto Esposito, non è vivere nella verità. Ora, proprio in nome della verità, dobbiamo chiederci: la promessa di pace e di certezza, magari l’“adorare, gioire, tacere” con cui un grande filosofo, Antonio Rosmini, ha chiuso la propria esperienza terrena, dà pace. Ma questa pace non rischia di confondersi con gli strumenti del Grande Inquisitore, il Miracolo, il Mistero, l’Autorità?



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COMMENTI
20/10/2011 - depressione (Vincenzo Mascello)

"La depressione è a ben vedere l’esperienza umana più vicina alla pace eterna e alla certezza assoluta." … sarò limitato … ma quando mi ricordo lo sguardo di mia zia che negli anni della depressione non pronunciava parola con alcuno per interi mesi non riesco in nessun modo ad associare quello sguardo con “pace eterna” e “certezza assoluta”. "una speranza che non collide con quanto sappiamo del nostro essere naturale, diversamente da ciò che accade per la speranza, rispettabilissima ma valida solo per i credenti, nella resurrezione." … dove e perché la resurrezione collide con quanto sappiamo del nostro essere naturale? Caso mai eccede! Penso che la speranza dica: “Ma è possibile?” piuttosto che: “Collide con ciò che so”. “adorare, gioire, tacere” “adorare, gioire, tacere” … e mai smettere di VERIficare (cioè fare verità)

 
20/10/2011 - possibilità (Vincenzo Mascello)

"siamo certi che, come sostiene Esposito, la prima certezza sia la dipendenza dalla madre in quanto affetto e non l’oggettività, cioè la certezza sensibile con cui inizia la Fenomenologia dello spirito di Hegel?" … tra tutti gli oggetti con cui si inizia ad avere contatto penso che la mammella della mamma (intesa anche in senso lato chi si occupa di te dall’inizio - buono o cattivo che sia; per me è stata una balia perché mia madre non poteva ammettere di avermi avuto) sia oggettivamente la prima fonte di certezza; perché almeno non scartarla come possibilità?

 
20/10/2011 - la luce del sapere? (Vincenzo Mascello)

"E se siamo così sensibili all’incertezza non è per un qualche fallimento della modernità, ma piuttosto perché siamo diventati più civili ed esigenti, con un processo affine a quello per cui oggi non sopporteremmo le operazioni senza anestesia subite dai nostri antenati." … e civiltà e pretesa hanno trovato o trovano (o troveranno?) risposta esaustiva alla domanda (prima dell’anestesia generale che ho affrontato la domanda non era ‘quanto conoscono gli anestesisti?’ ma ‘mi sveglierò?’ … il fallimento della modernità non è proprio l’illusione della capacità assoluta di risposta del ‘Sapere illuminato’? tanto che nella post-modernità (oggi) più si afferma lo strapotere del ‘Sapere illuminato’ e più l’uomo vive una “massima inquietudine”?

 
20/10/2011 - il sapere dura? (Vincenzo Mascello)

"se oggi viviamo in un mondo incomparabilmente più sicuro, se - banalmente ma decisivamente - la nostra vita dura enormemente di più, questo non dipende dalla fede, bensì dal sapere, che dunque a tutti gli effetti ha accresciuto le nostre certezze." È vero, la durata non dipende dalla fede ma la sola ‘durevolezza’ accresciuta dal sapere basta per aumentare la certezza o anche ciò che il sapere conosce ha bisogno di una ‘fiducia’ per poter diventare certezza?