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CERTEZZA/ Mazzarella: caro Ferraris, perché qualcuno ci ha voluto nel mondo?

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Martin Heidegger (1889-1976)  Martin Heidegger (1889-1976)

E l’esistenza diventa una immensa certezza. Fin dal titolo la relazione al Meeting di Rimini di Costantino Esposito espone una sfida e una scommessa: che l’esistenza, e la sua percepita friabilità  individuale e collettiva, possa diventarla,  la certezza di sé che non avverte.  Perché quale certezza può essere asseverata oggi, l’“età dell’incertezza” di tanta autorevole sociologia contemporanea? Le analisi di Bauman ne sono un’icona concettuale: l’incertezza è la condizione del nostro tempo, esito conclamato della guerra persa dalla modernità per affrancarsene.

Per il “progetto moderno” l’incertezza avrebbe dovuto essere una condizione progressivamente riducibile dall’avanzamento dell’umana capacità, tramite la scienza e la tecnica, di autoassicurarsi nel mondo. Non pare essere andata così. Gli ultimi cinquant’anni, il postmoderno se si vuole, del progetto moderno hanno dichiarato l’incompiutezza di principio: contingenza, casualità, ambiguità e irregolarità sono emerse come “caratteristiche inalienabili di tutto ciò che esiste, e pertanto sono irremovibili anche dalla vita sociale e individuale degli esseri umani” (Bauman).

Ma il sospetto che questa incertezza sia incurabile, non si traduce in un’accettazione della necessità, in una “benedizione del fato”, nel nietzscheano “vangelo della necessità”: l’uomo comune, l’uomo che ha rilievo sociologico, non rinuncia a trovare assicurazioni per l’esistenza; e da tale contrasto nasce una sempre più diffusa paura.

Le ricette “neo-pagane” della saggezza (Natoli) sul filo Spinoza-Nietzsche restano per pochi; e a livello di massa al più esitano nello stordimento consumistico al supermercato delle occasioni della vita da afferrare, salvo il venir meno di questo stordimento quando alla “cassa”, sempre più spesso per tanti, scopri di non aver più di che pagare.Come Esposito ci fa notare, crollate con la certezza “interna” (lo spaesamento interiore di un io consegnatosi ai paesaggi del relativismo) insieme tante surrogate certezze dall’“esterno” (Stato e società), l’incertezza ci si presenta come una sorta di generale “precariato” dell’esistenza.

Come è possibile allora che “l’esistenza diventi una immensa certezza”? Perché questo, né più né meno è il percorso che Esposito ci propone, riprendendo l’invito - l’affermazione di un’esperienza possibile - di Giussani. Per far questo Esposito ci propone un cambiamento di direzione dello sguardo, che è in sé un’esperienza di conoscenza: una conversione, una metanoia - un rivolgimento di tutto lo sguardo nel cambiamento di direzione, avrebbe scritto Heidegger: in origine e all’origine l’esperienza umana è l’esperienza della certezza, il caldo sentire di un affidamento a un altro che ci cura e ci ha in cura fin dall’inizio, dal nostro inizio e dall’inizio di ognuno.  



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