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LETTURE/ Le tre "tentazioni" di chi vede in Benson qualcosa che non c’è

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Robert Hugh Benson  Robert Hugh Benson

Quali che siano le modalità di fruizione dell’opera di Benson, la profondità della sua comprensione ed il metro adottato per valutarne le varie tipologie di meriti e di difetti, non si può non ribadire la necessità di raccomandare comunque – in questo e in tutti gli altri casi di scrittori della stessa “famiglia di matrice cattolica”, spesso più citati che letti e, se letti, troppo di frequente in zoppicanti e datate traduzioni e troppo raramente in lingua originale – di non cedere alla tentazione di fare quelli che sanno già come va a finire la storia oppure quelli che leggono con il retropensiero di un senso già preconfezionato (per quanto animato da buone intenzioni) e che poi inevitabilmente finiscono per ritrovarlo nel testo... Insomma, se Benson (o, come si diceva, ogni altro scrittore della stessa “famiglia”) s’ha da leggere, lo si legga davvero e l’opera prescelta sia affrontata nella sua completezza in modo che il suo disegno complessivo non perda pezzi per strada oppure sia ridotto a brandelli e lasciato sanguinante sulla strada per Gerico senza samaritani della critica letteraria in vista…

Purtroppo, proprio la tentazione dalla quale cui si è appena raccomandato di astenersi è invece sembrata riemergere di recente in occasione dell’uscita della versione italiana dell’ispirato “romanzo” bensoniano The Dawn of All (citare con l’articolo, please!) ad opera della veronese Fede&Cultura (2010) con titolo L’Alba di Tutto. Pubblicato originariamente nel 1911, The Dawn of All è, per citare Lorenzo Fazzini, il “contraltare all’opera che ha reso famoso Benson” – quel The Lord of the World (1907) che la stessa Fede&Cultura ha poi fatto uscire in traduzione nel 2011 con un titolo al quale sarebbe stato da preferire Il Signore del Mondo (per rispettare l’implicita opposizione dell’originario The Lord of the World con espressioni complementari quali, ad esempio, The Lord of Heaven and Earth) e che, come suggerisce Pigi Colognesi, è uno dei “risultati più alti” dell’attività di scrittore di Benson, insieme al “libretto di meditazioni L’amicizia di Cristo”.

Di fronte all’edizione italiana di The Dawn of All la “tentazione interpretativa” di cui si è detto si è manifestata in almeno treforme. La prima – forse la più “tecnica” – ha colpito critici e recensori e ha a che fare con l’identificazione del sotto-genere letterario di quell’opera narrativa (letterariamente geniale, diciamolo, secondo il modesto parere di chi scrive): c’è stato, infatti, chi ha invocato per The Dawn of Allla science fiction o la variante del “romanzo fantareligioso”, impregnato di “futuristic fantasies”, a causa di una serie di dettagli narrativi che paiono anticipare conquiste compiute dalla scienza in giorni successivi a quelli di Benson; e chi ha, invece, evocato il vago profilo della Christian fiction senza precisarne ulteriormente i connotati e lasciando intendere una generica adesione di Benson all’altrettanto vago modello del sensational apocalyptic novel, sbrigativamente attribuitogli dall’Oxford Companion to English Literature.



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