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LETTURE/ Le tre "tentazioni" di chi vede in Benson qualcosa che non c’è

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Robert Hugh Benson  Robert Hugh Benson

Robert Hugh Benson (1871-1914) è, secondo Joseph Pearce, il “genio non celebrato (unsung genius) del Catholic Literary Revival”, cioè di quell’ampio movimento letterario e culturale (tuttora largamente inesplorato in sede critica) che conobbe grande sviluppo a partire all’incirca dagli anni quaranta del diciannovesimo secolo nei paesi di lingua inglese - dopo che, per secoli, il suo contributo aveva comunque continuato ad alimentare la letteratura delle isole britanniche e d’Irlanda in modo altrettanto sostanziale ma meno connotato sotto il profilo dell’identità religioso-culturale.

Ci furono tempi, tuttavia, in cui le cose andarono diversamente. Come ricorda Peter A. Huff, Benson in vita “si conquistò [tale] fama internazionale come scrittore, drammaturgo, poeta, predicatore e direttore spirituale” che qualcuno – evidentemente preoccupato o indispettito dalla notorietà di un anglicano, figlio del Primate della Chiesa Anglicana, convertito nel 1903 alla Chiesa di Roma e consacrato sacerdote un anno dopo – scrisse NO MORE HUGH BENSON! sulle colonne del British Weekly, un periodico britannico destinato a un pubblico di lettori prevalentemente non-conformist (cioè protestanti, ma appartenenti a confessioni diverse da quella anglicana).

Oggi formano una sparuta pattuglia gli studiosi che si ritrovano a scrivere di questo protagonista della vita letteraria britannica tra otto e novecento (non di rado, anche in area cattolica, con qualche ingiustificabile pregiudizio culturale). George A. Cevasco (della vincenziana St John’s University di New York), ad esempio, ne ha menzionata tanto la spiccata “inclinazione letteraria”, quanto l’efficienza di una creative machinery (non sfugga la connotazione negativa di questa espressione, traducibile con un eufemistico “congegno creativo”) così “sapientemente oliata” da poter garantire ai suoi editori una media di tre libri di successo all’anno (beati loro, diranno i loro epigoni dei nostri tempi!). Il citato Peter Huff (che insegna presso la Xavier University dei gesuiti di Cincinnati) ne ha, invece, enfatizzata la “meteoric career”, l’appartenenza a una “sottocultura cattolica di matrice conservatrice”, l’incompatibilità con il modernismo letterario dei primi decenni del novecento, prima di rimarcare che resta tuttora da superare “il livello embrionale delle riflessioni critiche” dedicate alla sua opera (alla quale, secondo lo studioso in questione, tutti i critici attribuiscono però “scarso merito artistico”) e di auspicare “un’analisi comparativa della fiction di Benson alla luce delle tendenze popolari della letteratura religiosa dell’Inghilterra fin-de-siècle”.

Tutti giudizi ovviamente legittimi e argomentabili, questi, che compongono un complessivo quadro interpretativo in cui, accanto ai detrattori tout court, si collocano anche coloro che decantano la globalità dell’opera di Benson secondo una predominante ed istintiva intenzione agiografica e coloro che ne sottolineano l’importanza e l’influenza sulle generazioni successive con l’acume di grandi colossi della cultura cattolica europea quali Jacques e Raissa Maritain, Evelyn Waugh, Teilhard de Chardin e l’attuale Pontefice Benedetto XVI.



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