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LETTURE/ Le tre "tentazioni" di chi vede in Benson qualcosa che non c’è

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Robert Hugh Benson  Robert Hugh Benson

La seconda “tentazione interpretativa” ha colto – a parere di chi scrive – anche l’editore italiano di The Dawn of All, materializzandosi in quel sottotitolo (“L’utopia del mondo in cui Cristo trionfa”) che – non casualmente – non figura nell’edizione originale, non sintetizza in modo testualmente documentabile le vicende narrate nel romanzo (se ben lette) e impiega un termine (utopia) a cui lo scrittore non ricorre mai nel testo (in quanto culturalmente sbilanciato su un’idealità – con Bachtin – cronotopicamente remota rispetto all’umana esperienza, sia in senso positivo/utopico o negativo/distopico).

La terza “tentazione interpretativa”, infine, sta, per così dire, alla radice delle prime due ed è quella che rischia di rivelarsi più subdola ed ingannevole nel momento della nostra esperienza testuale di The Dawn of All (e di qualunque altro testo analogo) – quale che sia la lingua in cui lo accostiamo. È quella tentazione che, di fronte al romanzo in questione, induce (e ha di fatto indotto) i lettori (anche professional) a dimenticare il ruolo e la rilevanza delle due sezioni-cornice del suo Prologo e del suo Epilogo – entrambi, invece, in grado di fornire fondamentali indicazioni sia rispetto al sotto-genere letterario di The Dawn of All (fugando così la prima tentazione), sia rispetto alle insidie della seconda tentazione per come è stata rintracciata sopra nel sotto-titolo dell’edizione italiana. Prologo ed Epilogo, infatti, rivelano che…

Qui – ovviamente, cosa vi aspettavate? – tace questo breve contributo, invitando caldamente chi abbia avuto la pazienza di seguirlo fino a questo punto, a gustare L’Alba di Tutto nella sua totalità (senza dimenticanze) e auspicando – come scriveva il suo autore nella sua Prefazione a proposito del “pensiero antico” – che Benson e molti altri esponenti della famiglia degli scrittori di matrice cattolica possano essere “‘riscoperti’ da persone persino più moderne degli stessi modernisti”.

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