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CERTEZZA/ Berti: perché anche la fede più grande non smette mai di cercare?

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Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)  Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)

Ci sono infatti verità particolari, come le verità di fatto (“oggi piove”) o le verità di ragione (2+2=4), oppure come le verità storiche e le verità scientifiche, e ci sono verità che chiamerei generali, come le verità filosofiche e le verità religiose. Mentre le verità particolari, una volta trovate (attraverso l’esperienza, o il ragionamento, o ricerche più complesse), producono una certezza che elimina ogni incertezza, e quindi il loro ritrovamento estingue la ricerca, le verità generali si comportano diversamente, perché il loro ritrovamento produce, sì, una certezza, ma si tratta di una certezza che si accompagna ad una persistente incertezza, una certezza che non estingue la ricerca. Questo accade, secondo me, nel caso delle verità filosofiche e delle verità religiose, o, se si preferisce, delle certezze filosofiche e delle certezze religiose.

Naturalmente, parlando di verità filosofiche, mi riferisco a quella filosofia che personalmente considero vera, cioè una metafisica di tipo problematico e dialettico, epistemologicamente debole ma logicamente forte, quale mi è capitato più volte di illustrare. La certezza che questa metafisica produce, cioè la certezza che il mondo dell’esperienza, considerato nella sua totalità (realtà naturale, umana, sociale, storica, scientifica), non spiega interamente se stesso, ma richiede necessariamente una spiegazione che lo trascende, è sì una certezza, nel senso che è un punto di arrivo, una scoperta, ma è una certezza che si accompagna ad una persistente incertezza, perché non estingue, anzi riafferma, la problematicità del mondo dell’esperienza, cioè la sua non assolutezza, la sua contingenza, la sua precarietà, la quale è fonte continua di meraviglia, cioè di bisogno di spiegazione.

Per dirla con Aristotele, il quale ha identificato la filosofia con la meraviglia, ma ha anche affermato che bisogna arrivare al contrario, «cioè – come dice il proverbio – al migliore» (Metaph. I 2, 983 a 18-21; forse si tratta del proverbio che dice «la seconda volta è sempre la migliore»), se per il geometra l’incommensurabilità della diagonale col lato non fa più meraviglia, per chi invece guarda la rotazione eterna del firmamento, questa continua a suscitare meraviglia anche dopo che si è capita la necessità di un motore immobile.. 



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