BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

STORIA/ La lezione di Roma e Cartagine all’Italia di oggi

Pubblicazione:

Rovine di Cartagine  Rovine di Cartagine

Da sempre gli Stati piccoli e deboli sono costretti, per avere speranze di sopravvivenza, a stringere alleanze con Stati più forti, e questi sono disponibili a fornire aiuto e protezione nella misura in cui questo può accrescere il loro prestigio e corrisponde alla loro convenienza: ma nessuno è propenso a impegnarsi in guerre che si prevedono lunghe e sanguinose per aiutare uno stato lontano: nessuno vorrebbe morire per Danzica, e Sagunto fu la Danzica di allora. Inoltre le democrazie hanno tempi di reazione fisiologicamente lenti: con questo non si vuol dire che la libertà e la democrazia siano un handicap, ma anche all’inizio della seconda guerra mondiale si ripeté questo scenario, con le democrazie occidentali che subirono mesi di rovesci per l’impreparazione e l’incertezza con cui erano entrate nel conflitto.
Il recente libro di R. Miles, Carthago delenda est, è l’occasione per rivisitare in modo sereno la storia dei rapporti tra due città e due culture molto diverse, la storia di una rivalità e di una lotta che si risolse in modo tragico, con la distruzione di una delle due. Potevano coesistere Roma e Cartagine dopo la sconfitta di quest’ultima alla fine della seconda guerra punica? Forse sì, ma la storia non ammette domande di questo genere, e il nostro compito oggi può essere solo quello di riflettere sugli eventi. Ormai ridotta a potenza regionale, non più in grado di competere con Roma, difficilmente Cartagine avrebbe potuto creare nuovi problemi a Roma. Le condizioni della pace e il risarcimento che aveva dovuto pagare non la mettevano nelle condizioni di affrontare nuove avventure belliche. Perché dunque si giunse a una nuova guerra, sostanzialmente voluta da Roma, conclusa con la distruzione della città stessa? Le motivazioni furono molte e complesse, ma certo la distruzione di Cartagine fu una delle pagine più oscure della storia romana, tanto da provocare malinconia allo stesso generale romano che guidava la spedizione, Scipione Emiliano, nel momento in cui assisteva alla distruzione della città. La ripetizione ostinata e martellante del ritornello “Carthago delenda est” (“Cartagine deve essere distrutta”), con cui la propaganda insisteva sulla necessità di una nuova campagna militare contro il rivale di sempre, segnava anche un cambiamento della politica romana, che abbandonava una linea di sostanziale moderazione che aveva seguito fin allora, e si indirizzava verso una condotta di conquista e di espansione più spregiudicata ed egoistica.
Col 146 a.C. la Cartagine antica cessa di esistere. Viene meno una città e si eclissa una cultura il cui peso nella storia del Mediterraneo era stato sicuramente considerevole. Una cultura che non si era espressa in grandi opere d’arte o in grandi progetti, ma era stata erede di una civiltà (quella fenicia) che aveva dato prova di grande operosità e di dinamismo. Come i fondatori Fenici, anche i Cartaginesi diedero vita a una rete commerciale estesa ben oltre i confini del mediterraneo e tale da procurare, nei momenti migliori, un benessere economico diffuso. Lo Stato era governato da un’oligarchia e guidato da due autorità elettive, i suffeti (“giudici”, secondo la terminologia della Bibbia). Nel momento in cui l’espansionismo commerciale si accompagnò all’espansione militare, e questa si indirizzò verso le terre più prossime, cioè la Sicilia e l’Italia, era inevitabile l’urto con l’altra grande potenza della zona.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >