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STORIA/ La lezione di Roma e Cartagine all’Italia di oggi

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Rovine di Cartagine  Rovine di Cartagine

“Mentre i Romani discutevano, Sagunto veniva espugnata con estrema violenza”. Gli ambasciatori di Sagunto si erano rivolti a Roma, nel 219 a.C., mentre la città stava subendo un lungo assedio da parte di Cartagine: speravano di ottenere la protezione che ritenevano fosse loro dovuta, in base al trattato di alleanza che era stato sottoscritto anni prima: ma l’unico risultato della loro richiesta fu di suscitare un lungo e logorante dibattito (divenuto perfino proverbiale), e Roma rimase a guardare e discutere, mentre gli avvenimenti precipitavano e la città cadeva. Si trattò di uno dei casi diplomatici più controversi della storia antica, in cui ragioni e torti si incrociavano in maniera intricata.
Con la fine della prima guerra punica Roma si era proposta come potenza non più soltanto terrestre, ma anche navale. La severità delle clausole di pace, e la durezza con cui erano state applicate, avevano convinto i Cartaginesi che ormai era preclusa una possibilità di espansione commerciale o militare nella zona centrale del Mediterraneo, verso la Sicilia e l’Italia. Cartagine doveva trovare nuovi sbocchi più a Occidente, e la penisola iberica poteva rappresentare il teatro ideale. Ma una presenza cartaginese troppo forte in questa zona diventava alla lunga una potenziale minaccia per Roma.
In un momento in cui nessuna delle due città aveva interesse a scatenare un nuovo conflitto si giunse a un compromesso: Roma lasciava a Cartagine mano libera sulla Spagna, purché l’espansione cartaginese non oltrepassasse il fiume Ebro. Roma però nel frattempo aveva stretto alleanza con Sagunto e altri centri minori che si trovavano a Sud dell’Ebro. Da un punto di vista strettamente giuridico dunque entrambi i contendenti potevano vantare delle ragioni e addossare all’avversario una violazione dei patti. Quella di Annibale, il giovane e brillante generale cartaginese, l’uomo di punta della fazione (fin allora minoritaria) che sosteneva una politica bellicista e revanscista, fu però una deliberata provocazione dalle conseguenze funeste. Le guerre puniche furono per l’antichità quello che le guerre mondiali furono per l’epoca moderna: nella seconda Roma dovette sostenere un urto pesantissimo, e si trovò a combattere su diversi fronti (in Italia, in Sicilia, in Spagna, in Macedonia) contro un nemico dotato di un potenziale bellico inizialmente superiore.
Occorre ricordare che, pur con armi la cui potenza distruttiva era infinitamente minore di quella moderna, le guerre dell'antichità provocavano lutti e danni in misura elevatissima: i morti delle guerre puniche si contarono in decine di migliaia, e le fragili strutture economiche degli Stati antichi subivano dissesti gravissimi. Roma fu obbligata a intervenire e la lentezza della sua decisione iniziale le costò cara, perché si trovò il nemico in Italia e fin quasi sulle porte di casa, dopo una serie di insuccessi disastrosi.



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