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CERTEZZA/ Barcellona: prevarrà la Verità o l'angoscia dello straniero?

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Statua di Marco Aurelio (Imagoeconomica)  Statua di Marco Aurelio (Imagoeconomica)

È dagli anni 70 che la crisi dell’economia capitalistica e dello Stato sociale scandisce i momenti della nostra vita collettiva e del dibattito pubblico. E al di là delle spiegazioni che si possono dare, si può sicuramente affermare che questa crisi oramai irreversibile produce insicurezza nella vita quotidiana circa le aspettative più elementari della possibilità di soddisfare il fabbisogno familiare, di far parte di una comunità di lavoro e persino di essere riconosciuti come cittadini di una nazione. Il disoccupato è un escluso per definizione dal mondo della socialità produttiva e per ciò stesso considerato un essere socialmente inutile. La domanda che mi pongo però è se il suicidio, e cioè il No alla Vita possa essere spiegato semplicemente con la condizione di disoccupazione ed emarginazione sociale. Penso di no, e penso che alla base di questa semplificazione sociologica ci sia una fondamentale incomprensione dei nostri problemi epocali. Da cosa può dipendere il fatto che la perdita della certezza del lavoro produca una rottura così drammatica con la possibilità di continuare a vivere la propria esistenza? Certo, ci deve essere un legame più profondo di quello che riusciamo a scorgere tra il rifiuto della vita e il sentimento di essere esclusi dal mondo, ma questo non si spiega con un puro riproporsi dell’antico bisogno di sicurezza che l’uomo avverte nascendo e che viene frustrato dalla società contemporanea.

Penso che questo problema della certezza come sicurezza sociale del lavoro e dell’accesso al mondo pubblico dei consumi e della soddisfazione dei bisogni elementari sia la conseguenza avvelenata di una “Secolarizzazione” del problema del rapporto dell’uomo e del senso della Verità dell’Essere che si è prodotto nella modernità attraverso un vero e proprio salto antropologico dall’uomo della tradizione, che abitava un mondo garantito da autorità trascendenti, a un uomo della modernità che, diventando assolutamente arbitro del proprio destino, si trova a misurare se stesso soltanto con il proprio “successo”. Le aspettative di certezza prodotte nella modernità sono infatti la secolarizzazione dell’antico bisogno di salvezza che l’uomo si è posto allorché ha scoperto la contingenza e la caducità della sua esistenza. L’uomo antico, o comunque pre-moderno, aveva vissuto il rischio del vivere come un Ulisse che cerca con le sue risorse umane e sociali - il gruppo dei suoi compagni di avventura - di raggiungere le colonne d’Ercole per scoprire il segreto del mondo: l’avventura della Verità dà il senso alla vita, giacché essa non è un’evidenza ma un mostrarsi solo a chi mette in gioco se stesso per cercarla. L’uomo medievale aveva trovato nella concordanza tra il progetto divino e la sua vita mortale la via provvidenziale della salvezza: la Verità è la creazione divina del mondo e il posto che l’uomo si trova a ricoprire sulla terra in attesa di ricongiungersi al Regno di Dio. L’uomo moderno, al contrario, scarta ogni ipotesi che il suo senso dell’Essere possa essere affidato ad una Verità Trascendente, a qualche cosa verso cui tendere attraverso prove e dolori, dolori e fatiche, senza essere mai sicuro di raggiungere la meta, e si pone invece al centro come il padrone del sapere che gli può consegnare la Verità dell’esistenza attraverso il dominio sulla natura. 



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COMMENTI
20/10/2011 - realtà (Vincenzo Mascello)

"Non c’è dunque una garanzia naturalistica affidata soltanto al rapporto madre-figlio". … ma infatti non è naturalistica la garanzia bensì trascendente ma non astratta ma PRESENTE! "ali verso il grande sogno di ritrovare un’armonia cosmica". … non stavamo parlando di realtà? Comunque l’armonia cosmica non esclude ma include prove e dolori, dolori e fatiche altrimenti di che cosa stiamo parlando? Il sogno è più facile con via dei farmaci.

 
20/10/2011 - Evidenza del buono (Vincenzo Mascello)

"l’avventura della Verità dà il senso alla vita, giacché essa non è un’evidenza ma un mostrarsi solo a chi mette in gioco se stesso per cercarla" … ma anche (forse soprattutto) il post-moderno disilluso si mette in gioco solo davanti ad una evidenza che comunque È prima-di (e: per chi ha fede in un Dio buono “per”, per chi ha fede in un dio cattivo “contro”) lui. "consolazione e assistenza sociale erano sempre nella loro sostanza anestetici". … la pretesa della persona di Cristo di essere presenza in senso buono inquieta non per verso l’incertezza ma verso di Sé come origine insostituibile della certezza di ora (Lui è già Risorto!) "A differenza della certezza, infatti, che ha a che vedere essenzialmente con il calcolo razionale, con la probabilità del successo e con la scoperta di nessi causali, ed è perciò sempre il risultato dell’azione soggettiva (qualsiasi oggettivazione della certezza non sfugge all’imputazione ad un Soggetto, Partito, Stato, Chiesa, Scienza), la Verità esiste in sé e per sé, e si presenta solo nella relazione d’amore tra due persone."

 
26/09/2011 - Anni 70 e incertezza (Alberto Consorteria)

Sui giornali si leggono due cose: critiche ai cinici tempi moderni, e nostalgia per gli anni 70. Gli intellettuali ci fanno ridere: SIETE VOI GENERAZIONE DEL 68, voi generazione mancata con vuoti ideali, che ci avete consegnato questo mondo. Voi e la vostra logica del debito. Parole a debito, invece che fronteggiare i problemi. L'angoscia c'era nelle canzoni dei Pink Floyd, e nel nulla delle risposte che una classe culturale non ha saputo trasmettere ai figli, e non sa dare ai figli che non ha - perché angoscia e mancanza di certezza portano a non avere più fiducia in una moglie e in un marito, a fidarsi solo della propria carriera. Ma ovviamente il problema a leggere i giornali è che gli anni 70 non tornano più... Ben venga che non tornino più.