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LETTURE/ La lezione di Dante e Agostino per guarire dalla "malattia dell’anima"

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Immagine d'archivio (Fotolia)  Immagine d'archivio (Fotolia)

Si può ipotizzare che l’accidia sia un vizio predominante dei nostri giorni; molti segnali lo indicherebbero alla semplice osservazione: la disistima di direttive decise, la noia, lo spreco, la mania dell’effimero, la scontentezza, il risentimento sono comportamenti diffusi e poco percepiti e proprio per questo generatori di mali peggiori che riempiono la società di violenza e di ingiustizia.

Come si corregge questa cattiva abitudine dell’anima connessa con l’inattività, con l’inquietudine, con l’ira, con la malinconia?  E’ difficile vincere la tristezza del bene con le sole proprie forze, ma  anche tante parole che ingombrano di pareri, di consigli, di prediche appaiono poco efficaci. Un avvenimento  può scuotere la vita e cambiarle direzione, come si nota nelle biografie dei grandi e in vicende famigliari più nascoste. Certo, la grande risorsa è quella di essere presenti a se stessi, di ammettere i propri errori, di prevedere la fatica di rialzarsi e di ricominciare a camminare. Magari la scoperta di un nuovo amore.

Ma una esperienza data a taluni, decisiva, è stata descritta da Agostino negli ultimi dialoghi con sua madre: egli immagina che per l’uomo tutto taccia, la terra, il cielo, l’anima stessa e in questo silenzio egli possa udire la voce di Dio parlare non attraverso le cose, ma con la sua stessa bocca; allora non sarebbe questo l'entra nel gaudio del tuo Signore”?         

Se la scoperta della gioia di Dio, imprevedibile e duratura, irrompesse in un punto cruciale della vita, vincerebbe l’accidia di schianto: “Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori; il laccio si è spezzato e noi siamo scampati”. Resterebbe la libertà di volare.



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