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LETTURE/ La lezione di Dante e Agostino per guarire dalla "malattia dell’anima"

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Immagine d'archivio (Fotolia)  Immagine d'archivio (Fotolia)

Tra i vizi capitali il meno noto, anche se molto diffuso, è l’accidia. Se ne è scritto in tutti i tempi, riflettendo sulla vita morale in base ai concetti di vizi e virtù, in una modalità concreta e facilmente osservabile anche nella vita quotidiana. Orazio, così saggiamente epicureo, in una sua epistola definisce l’accidia strenua inertia, smaniosa inerzia, in altre parole inquietudine. Tacito racconta il languire degli studi in tempi di oppressione politica e realisticamente afferma che la ritrovata libertà ne favorirà la ripresa, ma con fatica, perché vi è una segreta dolcezza anche nell’inoperosità che, dapprima invisa, alla fine viene amata.

Per san Tommaso l’accidia non è solo l’indugio a decidersi per il bene e l’incostanza nel perseguirlo, ma più precisamente la tristezza del bene, una inattività dell’anima che non vuole e insieme non può volgersi alla vera gioia.

Dante la rappresenta nell’Inferno ponendo gli accidiosi insieme agli iracondi nel pantano dello Stige: Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo/ nell’aere dolce che dal sol s’allegra,/ portando dentro accidioso fummo:/ or ci attristiam nella belletta negra”: come furono tristi nella vita, avvolti nel fumo della negligenza, così nell’eternità vivono lo stesso umor nero, che li stringe alla gola come la melma di cui hanno piena la bocca. Il poeta ritorna sull’accidia nei canti centrali del Purgatorio, dove spiega la dinamica della libertà umana; per bocca di Virgilio definisce l’accidia amor del bene scemo/del suo dover, ovvero desiderio solo intenzionale, privo degli atti necessari a raggiungerlo e a gustarlo. Dante spiega come ogni uomo desideri il vero bene e lotti per ottenerlo: Ciascun confusamente un bene apprende/ nel qual si queti l’animo, e disira;/per che di giugner lui ciascun contende. E proprio sul limite della balza vede gli accidiosi pentiti espiare il fatto di non aver assecondato alcun desiderio e di non averlo perseguito con amore lesto e operoso: Se lento amore in lui veder vi tira,/ o a lui acquistar, questa cornice,/ dopo giusto penter, ve ne martira.

L’insufficiente energia morale dell’accidia è riconosciuta come propria da Petrarca nel Secretum, il dialogo letterario con sant’Agostino; in quest’opera egli la fa risalire al disinganno. Anche in questo i moderni, e non solo i poeti, sono un po’ tutti suoi eredi.



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