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LETTURE/ Dante e Brunetto: non è la "morale" a fare un vero padre

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Gustave Dorè, Illustrazione de La Divina Commedia (Dante e Virgilio incontrano Maometto)  Gustave Dorè, Illustrazione de La Divina Commedia (Dante e Virgilio incontrano Maometto)

Intanto, in questo poema così autobiografico, dove l’autore ha tanta parte, con le sue imprese e le sue traversie, le amarezze e le speranze, fra queste terzine così impregnate dei suoi incontri, e perciò di amici e avversari, di amori alti e amori meno nobili, nessuno spazio è fatto al padre di lui, il malnoto Alighiero, su cui il sipario non si alza mai. Lodevole discrezione, esemplare contenimento di urgenze fin troppo personali? In realtà, il silenzio su Alighiero vuol velare ciò che era emerso nella tenzone poetica di Dante stesso con Forese Donati: qui violente accuse reciproche erano corse liberamente, e Forese, per colpire più a fondo l’avversario, ne aveva delegittimato, appunto, il padre, tacciando Alighiero di una colpa infamante, l’usura. Il riserbo assoluto del poema sacro copre un’onta. Senza sconfessare, peraltro, l’appartenenza. A bestemmiare genitori e stirpe sono, nella Commedia, i dannati, i quali rifiutano la propria origine perché detestano se stessi. Quanto a Dante, egli si presenta costantemente come “figlio”. Nell’alto dei cieli, si inchina a un suo avo, a quell’antenato prestigioso che è Cacciaguida, cittadino dell’antica e sana Firenze, cavaliere per decreto dell’imperatore Corrado. Non c’è bisogno di sottolineare – è stato già fatto più volte – che Dante ha voluto risarcire il disagio per l’ombra di Alighiero ritrovando la confortante certezza di un capostipite luminoso. L’esigenza della «nobiltà di sangue» ha peraltro un’implicazione non trascurabile: per risalire a Cacciaguida bisogna pur passare per Alighiero, e le precisazioni dantesche sulla necessità di rinvigorire continuamente il sangue con la virtù personale non tolgono questo passaggio.

Vi è poi il ruolo svolto dalle guide del viaggio oltremondano. La prima, Virgilio, corrisponde all’autorità filosofica di cui aveva parlato il Convivio. Sono noti i motivi per cui il poema non ha scelto un filosofo, ad esempio l’ammirato e ascoltato Aristotele. Il fatto è che l’autorità del filosofo (lo aveva puntualizzato il Convivio stesso) resterebbe inefficace se non si alleasse con l’autorità dell’imperatore, che ne traduce le indicazioni in leggi vincolanti; ebbene, Virgilio ha esaltato in maniera impareggiabile l’Impero Romano, tocca dunque a lui essere duca, signore e maestro del tratto di cammino che conduce al Paradiso Terrestre, vale a dire alla felicità della filosofia, anche perché nella sua produzione non ha semplicemente dimostrato more geometrico principi e corollari, ma ha testimoniato da poeta, ed è una simile testimonianza, in ultima analisi, a scuotere e persuadere, tanto che Dante ne ha fatto la sua propria opzione.

Naturalmente, il Virgilio dantesco, onorando tutte le sue incombenze, si dimostrerà anche un provetto aristotelico, citerà con sicurezza le opere principali dello Stagirita. È un aspetto dell’originale riformulazione di questa figura. Non certo il solo. Nella Commedia, Virgilio viene intensificato nella dimensione affettiva: egli non è appena l’incarnazione di un paradigma stilistico e teoretico, è un vero e proprio padre, pieno di sollecitudine per Dante incerto e sbandato, ansioso di riscatto e prigioniero del suo baratro. Questa sollecitudine si traduce nella condivisione dell’avventura da correre: l’incontro tra i due, avvolto all’inizio in una semi-oscurità, si fa gradualmente storia, acquistando in questo modo un quoziente sempre maggiore di rivelazione e di intimità.



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COMMENTI
06/09/2011 - gran bella lettura (Sergio Palazzi)

Mi è piaciuto molto questo articolo, nell'analisi della complessità della vita fatta di anima e corpo, di tensioni antitetiche che troviamo in una personalità, non importa se gigantesca come quella di Dante o di Brunetto o in quella quotidiana e reale con cui ci troviamo a vivere. Ognuno di noi con i propri padri e i propri figli, sia carnali sia culturali. Dietro ci sono i temi del peccato, della libertà, della tensione verso il grande e il bello, dell'irripetibilità di ogni esperienza umana. E la speranza, perlomeno, di giustificarsi su questo mondo scrivendo una propria personale Commedia.