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LETTURE/ Dante e Brunetto: non è la "morale" a fare un vero padre

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Gustave Dorè, Illustrazione de La Divina Commedia (Dante e Virgilio incontrano Maometto)  Gustave Dorè, Illustrazione de La Divina Commedia (Dante e Virgilio incontrano Maometto)

Quando vogliamo verificare un tema in Dante, possiamo intanto rivolgerci ai suoi trattati: se quelle pagine teoriche se ne occupano, offrono indicazioni chiare, rigorose, organiche, magari con felici sviluppi, atti a catturare orizzonti ulteriori. Il nostro sondaggio risulta agevole, immediatamente proficuo, in qualche modo rassicurante, perché i conti tornano, o meglio perché Dante ha l’indubbia capacità di farli tornare. È quello che avviene con il tema della paternità. Secondo la Monarchia, il padre prepara i figli alla vita buona e al tempo stesso si fa garante dell’unità, rappresentando il punto cui gli altri membri della famiglia son chiamati ad aderire. Questa prima conclusione, relativa alla paternità in senso stretto, viene subito arricchita con il coinvolgimento di nuove prospettive. La famiglia rappresenta un livello base; inevitabile dunque partire da essa, altrettanto necessario procedere oltre. A motivo della complessità dell’esistenza umana, segnata da molteplici esigenze, si rendono necessarie risposte specifiche, e si attivano perciò livelli successivi; ebbene, in ciascuno di essi si ripropone costantemente un termine autorevole cui affidarsi. Il rapporto con l’autorevolezza rappresenta una costante della nostra esperienza, anche matura.

Come si relazionano tra loro, le diverse auctoritates? Lo aveva già indicato il Convivio, agganciando questo problema a quello, decisivo, del fine. Diverse sono dunque le attività umane, ciascuna con la propria figura di riferimento: per munirsi di una spada ci si rivolge allo spadaio, per procurarsi una sella si va dal sellaio, e così via. Ora, gli scopi di queste attività non sono slegati l’uno dall’altro, al contrario risultano solidali, in quanto mirano a uno scopo superiore: l’arte del sellaio e quella dello spadaio sono entrambe in vista dell’arte della cavalleria. Di grado in grado, si giunge così all’arte suprema che è quella conoscitiva, dal momento che l’uomo ha come fine di tutti i fini la conquista della verità. Se l’artigiano rinvia al soldato, il soldato a sua volta rinvia al filosofo, il quale detiene ben altra autorevolezza, introducendo al significato totale, almeno nei termini consentiti alla ragione umana. Come si vede, un’impostazione tipicamente aristotelica, svolta da Dante con sistematicità e preciso incastro di blocchi; fino al vertice, rappresentato dal sapere del teologo, perché l’aristotelismo dantesco vuol essere cristiano. L’edificio riesce compatto e saldo; naturalmente, la nostra sensibilità lo trova vetusto, il che non ci impedisce comunque di ammirarlo, e persino di provare una sensazione di riposo grazie a quel suo equilibrio così bene assestato.

Questa chiara forza di linee, tuttavia, nella Commedia si turba; subentrano scompensi, smagliature, vuoti, aporie, ed è su un simile terreno accidentato che delle acquisizioni si fanno luce. Non c’è stato uno spostamento concettuale, è subentrata semmai una nuova modalità di approccio. Il poema sacro non si misura con astrazioni, resta invece legato al concreto e al vissuto, senza mai appagarsi di puri rituali teorici, al contrario pronto a immergere di nuovo ogni idea nell’esperienza. A costo di assumersi tutta la ferita dell’esperienza. Facendone, il più possibile, tesoro.



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COMMENTI
06/09/2011 - gran bella lettura (Sergio Palazzi)

Mi è piaciuto molto questo articolo, nell'analisi della complessità della vita fatta di anima e corpo, di tensioni antitetiche che troviamo in una personalità, non importa se gigantesca come quella di Dante o di Brunetto o in quella quotidiana e reale con cui ci troviamo a vivere. Ognuno di noi con i propri padri e i propri figli, sia carnali sia culturali. Dietro ci sono i temi del peccato, della libertà, della tensione verso il grande e il bello, dell'irripetibilità di ogni esperienza umana. E la speranza, perlomeno, di giustificarsi su questo mondo scrivendo una propria personale Commedia.