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LETTURE/ Dante e Brunetto: non è la "morale" a fare un vero padre

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Gustave Dorè, Illustrazione de La Divina Commedia (Dante e Virgilio incontrano Maometto)  Gustave Dorè, Illustrazione de La Divina Commedia (Dante e Virgilio incontrano Maometto)

Se il Virgilio della Commedia ha una premessa nello scenario esistenziale di Dante, questa premessa prende il nome di Brunetto Latini. Troppo cospicuo, un simile antefatto biografico, per rimanere esclusivamente tale, il poema doveva riservargli almeno un episodio. «Figliuol mio», dice il dannato, e Dante, che non può scendere dall’argine, va però a «capo chino», come chi si fa «reverente», e confessa che è confitta nella sua mente «la cara e buona imagine paterna» che nel mondo «ad ora ad ora» gli insegnava «come l’uom s’etterna». Per un momento, il presente sembra dissolto, ma ben presto reclama i suoi diritti: Brunetto deve allontanarsi, prende frettolosamente congedo, torna a vestire il suo profilo sconcio e goffo, dileguandosi come il corridore forsennato in testa a una gara.

Non era idoneo, il pur reputato intellettuale e politico fiorentino, al ruolo di guida nel viaggio ultraterreno: perché sodomita, e in aggiunta guelfo, e come se non bastasse prosatore in volgare francese, una scelta che il Convivio condanna aspramente. Ma si può sospettare che non pochi tratti di una suggestiva umanità riappaiano in quella di Virgilio. In ogni caso, la scena dedicata espressamente a Brunetto ha un sapore cui non si può rinunciare. Grandezza del padre, suo limite improvvisamente scoperto… Non il limite temuto e avversato dalla cultura di primo e pieno Novecento, in rotta con una furiosa arroganza, con quella pretesa asfissiante di potere che riduce il figlio al silenzio, lo stempra, lo abbatte, si sdraia su di lui, lo schiaccia.

L’episodio dantesco è in un certo senso più attuale, coglie un limite di debolezza, la fragilità di cui il padre soffre, quella sua colpa, insomma, che va a situarsi in basso e non in alto, nel cedimento piuttosto che nella tracotanza. Eppure Brunetto, con tutta la sua precarietà etica, è stato significativo per Dante, che gli rende un omaggio affettuoso, gratificandolo con lo stesso appellativo normalmente attribuito a Virgilio: «Lo mio maestro». Il riferimento, si faccia attenzione, è al dannato, non al fiorentino di un tempo, ancora garantito dal decoro, dall’esteriore rispettabilità.

La lezione di Brunetto («m’insegnavate come l’uom s’etterna») rimane incancellabile nella sua proposta di un ideale, di un obiettivo degno, e – aggiungiamo – nella continuità di un’attenzione divenuta familiarità («ad ora ad ora / m’insegnavate»). Tutto questo, il peccato non riesce a vanificarlo. Il «cotto aspetto» e l’«imagine paterna» si scontrano, si contaminano, alla fine risultano inseparabili. E il figlio si giova, per salvarsi, dell’indicazione autentica di un vizioso che in quel richiamo gli è stato padre. Inestimabile fruttificare di un insegnamento non destituito dal suo strascico di incoerenza.



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COMMENTI
06/09/2011 - gran bella lettura (Sergio Palazzi)

Mi è piaciuto molto questo articolo, nell'analisi della complessità della vita fatta di anima e corpo, di tensioni antitetiche che troviamo in una personalità, non importa se gigantesca come quella di Dante o di Brunetto o in quella quotidiana e reale con cui ci troviamo a vivere. Ognuno di noi con i propri padri e i propri figli, sia carnali sia culturali. Dietro ci sono i temi del peccato, della libertà, della tensione verso il grande e il bello, dell'irripetibilità di ogni esperienza umana. E la speranza, perlomeno, di giustificarsi su questo mondo scrivendo una propria personale Commedia.