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PAPA/ Il paradosso dell’educazione che tutti tendiamo a dimenticare

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Benedetto XVI (Infophoto)  Benedetto XVI (Infophoto)

Dare ciò che non si ha: questa è la regola dell’educazione, elusa la quale l’educazione diventa un possesso, un dominio, imperniato su dei principi e delle norme rassicuranti, come afferma mons. Pezzi. Una educazione siffatta è però un fragile argine al dilagare della violenza, sia nei genitori sia nei figli.

Ci vogliono maestri. Ci vogliono genitori in grado di assumersi il loro compito. Come fare oggi quando sembra che ce ne siano così pochi? Ma essere maestro non ha significato in passato e non significa oggi essere dei geni o dei superman. Significa ritenere, come dice S. Agostino nel suo De magistro, che insegnare sia domandare e che domandare sia insegnare (“quando tu insegni domandi  e quando domandi veramente insegni”). Questa affermazione è quasi totalmente incomprensibile per la cultura e la mentalità odierne. Si pensa infatti: se insegno so e quindi non domando, se domando non so e quindi non insegno. Questa ultima affermazione sarebbe corretta se l’insegnare venisse  concepito come un dominio: un domino di quello che dico e soprattutto un dominio del mio interlocutore, del mio”discepolo”.

Ma insegnare può essere, e con maggior verità, un altro tipo di azione. Insegnare è trasmettere ciò che non è mio, che non è mio possesso (il che del resto è vero in tutti i sensi: professionale, culturale, tecnico, storico e riguarda ogni esperienza, dall’idraulico al notaio),  insegnare è dare (il che fa tremare le vene e i polsi), dare ciò che mi arriva da una tradizione, da un maestro, insegnare è passare il testimone, alla lettera, come nella corsa a squadre. Insegnare è trepidare perché un essere umano accolga, e ne viva e possa trasmettere lui stesso un sapere che include, nella sua struttura, la speranza. Nella sua struttura e non come un sentimento interioristico e collaterale.

Ho cercato di delineare le due grandi figure cardini dell’educazione: il maestro e il genitore. In entrambe queste figure si esprimono le due capacità più essenziali e decisive per l’essere umano: il sapere e la libertà.

L’incontro con una figura autorevole è sempre incontro con una esperienza di sapere, dove il sapere  funziona in quanto spiazza, cambia e induce un ritrovamento di sé. D’altra parte tale dinamica implica il coinvolgimento degli attori di quel difficile avvenimento dell’e-ducere, dell’educare, che sembra costituisca una sorta di portato, di prodotto di tale coinvolgimento. La libertà, in questo laborioso farsi che è l’educazione del piccolo d’uomo, il quale rimane, a suo modo, sempre piccolo, sembra funzionare come la capacità radicale di un sì, di una adesione al rischio di un non mio, che è ciò che di più proprio c’è nell’individuo umano.

Il legame tra individui non consiste, in definitiva, in leggi, norme, principi, ma piuttosto in gesti di libertà, in dei “sì” che sono generativi di un riconoscimento che è in grado di suscitare l’altro. La libertà è dirti di sì, e, più radicalmente chiederti di dirmi di sé (quando due esseri umani si dicono di sì nel riconoscimento della loro imprendibile origine, lì c’è Dio, dice Hegel nella Fenomenologia dello spirito).

Qui, in questa abissale risorsa, si nasconde forse il legame, non garantito, ma invincibilmente attivo, fra l’educazione e la pace. Del resto la ragione dell’uomo, se non si arrende a  un alterità che la genera, normalmente genera mostri: ideologie totalitarie, dittature, omicidi, in tutti i sensi di questo termine. Oppure genera miti come il progresso, il super-uomo e tutti gli altri miti che si succedono nella storia.



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