BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Il falò del "Nome della rosa" non risparmia nemmeno Umberto Eco

Pubblicazione:

Umberto Eco a una manifestazione di Libertà e Giustizia (Imagoeconomica)  Umberto Eco a una manifestazione di Libertà e Giustizia (Imagoeconomica)

Quella di fra Guglielmo è una semiologia ristretta, con invalicabili colonne d’Ercole oltre le quali non è lecito andare, secondo un tassativo ne plus ultra esente da deroghe. Fine dell’intersezione tra immanenza e trascendenza e piena autonomia dell’immanenza, senza gerarchizzazioni interne beninteso, non si decapita un Principio supremo per intronizzarne un altro in formato ridotto e con dimidiata sfera d’azione. Il mondo è un pulviscolo di particolari non aggregabili in categorie, le categorie sono puri nomi, secondo l’insegnamento di Occam, anche lui Guglielmo, come il nostro protagonista. Così le congetture umane si muovono in uno spazio «che non ha centro, non ha periferia, non ha uscita», e dove «ogni strada può connettersi con qualsiasi altra»; ad assicurarcelo, stavolta, è l’autore in persona, nelle sue Postille al nome della rosa, apparse nel 1983 su «Alfabeta» e poi accluse alle ristampe del romanzo. Non c’è dubbio, i paradigmi esplicativi che di volta in volta elaboriamo possono avere una portata complessiva, ma rappresentano una falsariga provvisoria, con momentanea utilità; probabilmente sono necessari, ma guai a farne un assoluto, al contrario bisogna avere l’accortezza di sbarazzarsene quando divengono palesemente scaduti e inservibili. Quanti modelli la scienza ha costruito, attuando di volta in volta una certa presa sulla realtà, un suo proficuo utilizzo, per doverli poi dichiarare obsoleti e passare ad altri di nuova generazione? Ma di fronte a essi non sta  una configurazione oggettiva, semmai un continuum amorfo, variamente riformulabile.

La trama del Nome della rosa risponde a questo assunto, ne rappresenta la dimostrazione sul piano narrativo. Un’abbazia benedettina rigurgitante di delitti, un frate-detective, Guglielmo stesso, che arieggia Sherlock Holmes (Il mastino dei Baskerville è uno dei romanzi con il celebre ispettore strepitoso protagonista), un novizio alle sue costole di nome Adso, insomma Watson: gli ingredienti di un godibile giallo in accordatura medievale ci sono tutti, ma contro le norme del genere, questo è un poliziesco che non prevede il trionfo finale dell’ordine sul disordine. Un monaco è morto precipitando da un’alta finestra, un altro colpito da una sfera armillare, un altro ancora a opera di un potente veleno, e così via, lungo sette macabri giorni, ciascuno col suo fardello di sangue. Ma è lecito ricondurre simili casi a un’oculata regia, a un riconoscibile copione, magari esemplato sulle sette trombe dell’Apocalisse



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >