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LETTURE/ Il falò del "Nome della rosa" non risparmia nemmeno Umberto Eco

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Umberto Eco a una manifestazione di Libertà e Giustizia (Imagoeconomica)  Umberto Eco a una manifestazione di Libertà e Giustizia (Imagoeconomica)

Lo ha detto lo stesso Umberto Eco, in una recente intervista a Repubblica in occasione dei suoi 80 anni: il successo de Il nome della Rosa? «Per me continua a rimanere un mistero». Il professore pensava perfino di dare il romanzo «alla Biblioteca Blu, una collana di Franco Maria Ricci che tirava tremila copie». Non sappiamo se il professore lo avesse pensato davvero; di certo, di copie ne sono arrivate molte, molte di più. Una riflessione di Sergio Cristaldi sul più grande caso editoriale degli anni ottanta.

 

Pubblicato nel 1980, Il nome della rosa di Umberto Eco ha poco più di trent’anni. Li dimostra? Se apparirà una versione del romanzo riveduta e corretta, potremo valutare l’entità dei restauri. Intanto, non è inutile riprendere in mano la prima edizione, in modo da tener presenti le fattezze originarie del titolato best seller di qualità. Che l’autore meditò e scrisse con un occhio rivolto al XIV secolo e l’altro affacciato sulla scena contemporanea. Assicura Guglielmo da Baskerville – il frate minore eletto a protagonista anziano, con funzioni maieutiche verso il novizio benedettino Adso da Melk, attor giovane – che una grande ventata di rinnovamento si è esaurita: i movimenti religiosi fioriti a partire dal secolo XII non hanno trovato sbocchi effettivi, alcuni sono rimasti catturati dal riflusso, integrandosi nel torpido quadro istituzionale, altri hanno optato per una radicalizzazione estremistica, tanto clamorosa quanto insolvente.

In ogni caso, «la grande epoca della penitenza è finita, e per questo può parlare di penitenza anche il capitolo generale dell’ordine», s’intende l’ordine francescano, che ospita dentro di sé la divaricazione tra conformisti e contestatori, con la sua maggioranza rilassata, pronta a sottoscrivere l’inserimento nel tradizionale assetto ecclesiastico, e con la sua fazione rigorista, sulla difensiva nella dura trincea della povertà e della marginalità. Il dibattito tra l’uno e l’altro schieramento è peraltro superfluo, perché si sa già chi ha prevalso, così come lo si saprà nei primi anni 80 del secolo scorso. La lezione è agra, vi suona più l’accento del reduce che del pioniere. Sopravvive un filo al disincanto?

Guglielmo, sia in tutto o in parte una controfigura dell’autore, non milita né con la corrente di centro né con quella di sinistra, e tanto meno con le schegge impazzite che si situano al di fuori dell’alveo francescano, spingendo lo slogan dell’altissima povertà lungo una deriva terroristica (il gruppuscolo di fra Dolcino, ad esempio, inneggiante alla lotta armata). Il modello di Guglielmo non è un malinconico integrato né un apocalittico più o meno furente, piuttosto un frate che sa di scienza, Ruggiero Bacone, come dire l’intellettuale volto a «studiare i segreti della natura», in modo da usare il sapere «per migliorare il genere umano», intanto emancipando i propri simili da credenze arcaiche, quindi scortandoli verso un benessere più avanzato e maggiormente condiviso. Da liquidare la “vecchia” percezione del cosmo come rimando a Dio: i segni, di cui Guglielmo è investigatore alacre, e indubbiamente perspicace, possono condurre alle cause prossime dei fenomeni, non certo a quelle ultime, e bisogna limitarsi a inferire dalle tracce sulla neve che il sentiero è stato solcato da un cavallo, mentre è vano ogni tentativo di promuovere a vestigia del Creatore le variopinte creature assiepate su direttrici e svolte del mondo.       



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