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LETTURE/ Il falò del "Nome della rosa" non risparmia nemmeno Umberto Eco

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Umberto Eco a una manifestazione di Libertà e Giustizia (Imagoeconomica)  Umberto Eco a una manifestazione di Libertà e Giustizia (Imagoeconomica)

Certo, una responsabilità non indifferente va attribuita al vecchio benedettino Jorge da Burgos, se non che costui è tutt’altro che il deus ex machina annidato dietro tutte le anse della vicenda tetra, e Guglielmo alla fine se ne rende conto: «Sono arrivato a Jorge inseguendo il disegno di una mente perversa e raziocinante e non v’era alcun disegno, ovvero Jorge stesso era stato sopraffatto dal suo disegno iniziale e dopo era iniziata una catena di cause, e di concause, e di cause in contraddizione tra loro, che avevano proceduto per conto proprio, creando relazioni che non dipendevano da alcun disegno».  È il rigetto di un ordine dato del mondo; rigetto che destituisce sia la strutturazione acronica di leggi di natura e assiomi etici, sia il diagramma di uno svolgimento storico teleologicamente orientato. In termini medievali, hanno torto sia Tommaso d’Aquino che Gioacchino da Fiore; sul sottinteso versante moderno, restano screditate tanto la certezza intorno alle strutture palesi e latenti, quanto la fiducia nella marcia delle magnifiche sorti. Peccato che a mostrare l’assenza di ogni trama sia, in questo romanzo, una trama calcolatissima, accuratamente lubrificata, funzionale in ogni passaggio al suo scopo, con intima soddisfazione di tutti i lettori, specie dei più affezionati ai marchingegni dei giallisti di professione.

Sentina di crimini, la micidiale abbazia ospita anche una biblioteca ricchissima, tra le più prestigiose della cristianità. I misfatti si consumano (quasi) tutti, appunto, per i libri, delizia e croce dei principali personaggi del romanzo, quelli positivi come quelli negativi, accomunati dalla stessa incontenibile passione, obbedienti gli uni e gli altri all’archetipo del bibliofilo a caccia di pagine rare, di titoli introvabili. Il contrassegno del valore appartiene qui alla scrittura piuttosto che al mondo, sua caotica anticamera. Un libro domina in particolare le ossessioni comuni, pericoloso libro secondo chi lo sequestra sottraendolo alla lettura altrui, misterioso e attraente oggetto del desiderio per chi al contrario ne va in cerca, investendo nella quête energie a profusione, fino a rischiare, nientemeno, la vita. In un romanzo apparso qualche anno prima, il Quinto evangelio di Mario Pomilio, il volume ansiosamente cercato era un apocrifo che includeva e superava i quattro vangeli canonici; nel Nome della rosa, una rimodulazione in chiave secolare privilegia la Poetica di Aristotele, per la precisione la sua virtuale seconda parte, che non sarebbe pervenuta per il veto di una reazionaria censura. 



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