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LETTURE/ Il falò del "Nome della rosa" non risparmia nemmeno Umberto Eco

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Umberto Eco a una manifestazione di Libertà e Giustizia (Imagoeconomica)  Umberto Eco a una manifestazione di Libertà e Giustizia (Imagoeconomica)

L’ha occultato il vecchio Jorge quel fascicolo eversivo, in grado di insinuare, con la sua trattazione impegnata del comico, che si può e si deve ridere di ogni presunta verità, che occorre far ridere la verità, portandola a scorgere il suo fianco esposto, la sua inevitabile approssimazione. È una decrepita casta di inquisitori, custodi arcigni di un’immobile teologia, di una presunta filosofia perenne, a interdire il sapere decisivo, quello che relativizza tutti i saperi, e così li tutela nell’unico modo possibile, iniettando in ciascuno l’antidoto del riso. Smascherato infine dalle investigazioni di Guglielmo (ma allora c’è un nocciolo da scoprire, così come c’è un avventuroso eroe della scoperta…), Jorge preferisce bruciare il manoscritto, provocando l’incendio della biblioteca e dell’abbazia intera.

Il monito è eloquente: l’apocalisse che ci minaccia, il ground zero che può riprodursi discendono dall’autoritarismo insofferente, dal bilioso rigurgito fondamentalista, ecco l’Anticristo in agguato contro cui prendere le debite contromisure, anche perché l’universo dei libri è fragile, fortemente esposto. Ma è solo l’incubo di censori tetri, alieni dal motto di spirito (unica eredità plausibile dello Spirito di Gioacchino da Fiore e del Geist di Hegel) a suscitare quel finale del romanzo così catastrofico, in cui Guglielmo è a sua volta sconfitto e il giovane Adso sente risuonare nel suo nome l’ombra cupa di Adso da Montier-en-der, il medievale compilatore di un libello sulla fine del mondo?

L’impressione è che l’explicit del Nome della rosa veicoli sottotraccia la diffidenza nei confronti dell’evento in sé, avvertito come cieco, insensato, ostile, da esorcizzare e distanziare il più possibile, sebbene la barriera protettiva dei libri somigli piuttosto alla linea Maginot che alla Grande Muraglia. La questione effettiva sarebbe allora non solo e non tanto la riscossa contro l’intolleranza e le sue varie reincarnazioni dai vessilli sempre univoci e aggressivi, quanto il rapporto con l’ingovernabile accadere, il cui gioco, all’insegna dell’imprevisto, non somiglia per nulla all’immobilismo fossile di monotone griglie teoriche, e nemmeno all’immancabile ascesa di grafici obbedienti al progetto e al calcolo, ma porta con sé una continua novità. L’opzione è pro o contro questo nuovo che si fa strada.

Qual è la vera natura dell’incendio alle nostre porte, dello sconvolgimento che scardina la pretesa di sapere e quella di non sapere? Nel romanzo di Eco, beninteso, le vampe finali alitano esclusivamente un simbolismo negativo. L’esaltazione della contingenza si è convertita nel sospetto verso il suo sporgere.



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