BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

DIBATTITO/ Punire, perché? C’è una "comunione" più forte di qualsiasi reato

Pubblicazione:

Nel carcere di Hamas, a Gaza (Infophoto)  Nel carcere di Hamas, a Gaza (Infophoto)

In una società nella quale cresce la religiosità e la ricerca di vaga spiritualità e nella stessa proporzione tende ad attenuarsi la fede nella sua matrice cristiana, cambia l’etica che da quella fede per secoli ha tratto le sue evidenze e le sue ragioni e cambia, di rimbalzo, il nesso tra l’etica e il diritto.

In questo quadro in movimento, di fronte ad un’emergenza di ordine pratico (superaffollamento delle carceri), ma non solo, il ventaglio delle posizioni è assai variegato. C’è chi, in nome della “sicurezza” chiede una maggior severità nell’applicazione delle sanzioni penali, a chi auspica una revisione, in senso antipenale, di tutto l’organismo carcerario.

Una società nella quale è presente un’etica comune, che trae i suoi principi da un’antropologia illuminata da una fede comune, è presente altresì una sensibilità morale e intellettuale che le consente, come a un corpo vivo, di avvertire quel che contraddice il vero e il bene e di studiare una risposta ad ogni attentato ad essi, sia nel senso della difesa, sia in quello, ancor più decisivo, della riproposizione, della rigenerazione propositiva. Qui al centro non c’è la “sicurezza”, quanto il vero bene, non c’è l’istinto di mera autoconservazione, quanto l’affermazione della trascendenza di ciò che dà vita sia alla persona che alla comunità.

Venendo tendenzialmente meno questa organicità sociale e la correlativa vitalità dei tessuti, nella nostra società attuale, quel che è potenzialmente deleterio non viene ordinariamente riconosciuto e tematizzato prima di essere ingerito, ma solo quando il processo metabolico è già in stato avanzato. Detto in altri termini: solo quando determinati fatti oltrepassano una certa soglia, che empiricamente viene riconosciuta come destabilizzante l’ordine pubblico, si ritiene di dover prendere provvedimenti.

Facciamo un esempio: la scomposizione dell’unità stabile di uomo e donna che chiamiamo “famiglia” è supportata legalmente. Quando da quella scomposizione proviene una prole che crea sistematicamente disagi sociali evidenti e ripetuti, allora si ritiene di dover adottare delle contromisure che si appuntano sugli effetti, senza però mettere in questione le cause. Potremmo dire che la soglia critica che viene rilevata è quella in cui l’io individuale si dimostra, in un modo o nell’altro, pericoloso per la società.

Qui si manifesta una riduzione, che era già presente prima, ma che solo ora produce effetti per i quali l’organismo sociale possiede sensori capaci di percezione. C’è una impersonalità che riduce il soggetto a individuo colpevole e passibile di pena e, al contempo, toglie alla società il suo tratto di verità e di bene per ridurla a parte lesa che non può tollerare oltre il danno arrecatole.



  PAG. SUCC. >