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LETTERA/ Perché la crisi è più pericolosa per l’anima che per il conto corrente?

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Caro direttore,

 

continuo a chiedermi: quanti imprenditori, disoccupati, pensionati dovranno ancora uccidersi? Quanti ne saranno necessari prima che a tutti diventi evidente che la richiesta disperata delle persone è che le loro difficoltà siano accompagnate, sostenute, aiutate da un’amicizia che non fa differenza tra un fallito e un imprenditore di successo? Quello che manca drammaticamente in questa crisi è il senso di un compito personale: stiamo delegando ad altri la soluzione della crisi convinti che la piccola compassione quotidiana esaurisca l’ambito delle nostre possibilità.

Qual è questo compito? Partiamo con il riconoscere che la crisi non passerà quando il Pil tornerà a salire, stante che nessuno si è ancora azzardato a dire quanti anni dovremo vivere con la paura del tracollo imminente. No, la crisi italiana, o, per meglio dire, degli italiani, inizierà a finire quando la smetteremo di credere che prima o poi tutto tornerà come prima e che quello che stiamo vivendo è un incidente della storia, una specie di “rivoluzione economica”, ma occasionale. La crisi degli italiani finirà quando saremo tutti coscienti che i protagonisti della rinascita è ogni singola persona. “O protagonisti o nessuno”. O protagonisti dell’economia, della cultura, dell’amicizia, della speranza, del Pil, dell’innovazione, o nessuno.

Personalmente sento addosso la responsabilità della morte di quelle persone perché anche io, nel mio lavoro, nei miei affetti, nei miei rapporti, mi sono rintanato come un cane spaventato che mette il muso inzuppato fuori dalla tana per annusare la fine della tempesta. Ho l’impressione che il potere finanziario e politico (che in questa fase storica sono molto difficilmente separabili), questo voglia: che ci rintaniamo tutti in piccole certezze, sindacalmente definite “diritti acquisiti”, difendendoci gli uni dagli altri e tutti dalla tempesta. Tutti insieme, ma non insieme. Ognuno nella propria tana.

Sì: per uscire dalla crisi serve più amicizia, come dice Barcellona. Serve uscire, anche se piove, e provare a ricostruire sulle macerie che una finanza che mangia la speranza ha provocato negli animi, prima che nei nostri conti correnti. Occorre smettere di accusare i banchieri, i politici, la Goldman Sachs, i poteri forti, gli economisti, e rimettersi a costruire. Come? Non lasciando nessuno da solo. Ascoltandoci tutti, anche quelli che, secondo la logica borghese e giustizialista, non se lo meriterebbero. Non bisogna lasciare nessuno da solo ad affrontare l’inevitabile cambiamento che la struttura economica italiana deve affrontare (in ritardo). Chi ha paura non ha bisogno di uno psicologo, ma di un amico. La consapevolezza di avere di fronte a sé questo immane compito è la linea di confine che separa la sudditanza dalla cittadinanza. O protagonisti o nessuno. Appunto.



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