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SHOAH/ Cos’avevano in comune Primo Levi, Varlam Shalamov e Armin Wegner?

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I Giusti sono i non ebrei che hanno difeso gli ebrei durante la Shoah, ma sono giusti anche coloro che hanno cercato di opporsi agli altri genocidi del Novecento e di difendere la libertà e la dignità nei regimi totalitari. Conosciamone qualcuno.
Primo Levi è imprigionato nel campo di sterminio di Auschwitz. Per caso, passando accanto a un muro in costruzione, sente parlare con accento del suo Piemonte: sono dei muratori mandati a lavorare a Monowitz dalla ditta Boetti. Primo Levi riesce ad avvicinare uno di loro, Lorenzo Perrone, e a descrivergli la terribile condizione dei deportati.  Da quel momento Lorenzo si prende a cuore la sorte del futuro scrittore; ruba del cibo per sfamarlo, gli procura una maglia di lana e riesce a recapitargli un pacco dei suoi familiari che contiene biscotti, latte in polvere e abiti.
Levi scriverà, nel libro I sommersi e i salvati: “Per quanto di senso può avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, fra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova, io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura (...) per cui tuttavia metteva conto di conservarsi (...). La sua umanità era pura e incontaminata (...). Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo”.
Varlam Shalamov è uno scrittore e poeta sovietico. Per la sua opposizione al regime viene arrestato più volte e sopravvive all’inferno del gulag. Dopo aver vissuto questa esperienza terribile, spende più di dieci anni per scrivere I racconti della Kolyma, ossessionato dall’idea di testimoniare e di descrivere l’orrore che ha vissuto. Shalamov racconta: “Quello un braccio, quest’altro una gamba, un orecchio, la schiena, e questo qui, un occhio. Stiamo raccogliendo tutte le parti del corpo. E tu che hai?. Mi squadrò attentamente, ero nudo. ‘Tu cosa ci dai? L’anima?’. ‘No – dissi – l’anima non ve la do!’”. Shalamov prigioniero nel gulag lotta per rimanere uomo: non ha potuto impedire che gli sottraessero la libertà, i vestiti, il cibo, ma difende strenuamente lo spazio della sua dignità che corrisponde a quello della sua anima. Si spegnerà in un ospizio, in condizioni di estrema solitudine.



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