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ARTE/ Le Madonne vestite, quella fede del popolo che ha resistito ai giacobini

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Una delle Madonne lignee in mostra a Sondrio (immagine d'archivio)  Una delle Madonne lignee in mostra a Sondrio (immagine d'archivio)

L’arco di tempo che la mostra percorre va dagli inizi del 1500 della Santa Lucia di Valdisotto sino a tutto il ’700, segnato dalla presenza della grande scuola bergamasca dei Fantoni: a volte le opere sono state ricostituite nella loro unità di scultura e di vestito prezioso. In alcuni  casi invece sono stati presentati solo questi manichini tutti snodati che fioriscono di bellezza nella finitura del volto o delle mani. Sono manufatti semplici e funzionali, perché dovevano adattarsi alle varie occasioni liturgiche (per ognuna c’era un vestito diverso offerto dalla comunità). Ma vederle nella loro “nudità” è aspetto che commuove. Innanzitutto perché ancora rendono l’idea di quell’intimità quasi fisica tra i fedeli e i loro santi. In secondo luogo perché testimoniano anche quel pudore con cui le persone incaricate della vestizione delle statue - nella stragrande maggioranza si tratta di Madonne - svolgevano il loro compito. Infatti gran parte delle opere, sotto gli abiti sono grezze ma sono comunque coperte con delicatezza da umili sottovesti, a volte un semplice e scabro bustino in tela grezza, allacciato sul retro con allacciatura incrociata. Elementi non necessari, che però rendono ancora più familiari e amiche quella presenze. 

La mostra di Sondrio è frutto di una eccellente ed esemplare operazione di filologia, che incrocia tante competenze – storia dell’arte, storia del territorio, conoscenza dei tessuti, antropologia – ma alla fine è capace di una sintesi che recupera in pieno e fa rivivere lo spirito che aveva fatto essere quelle statue. È una situazione rara, per chi è abituato a frequentare mostre come il sottoscritto: la scientificità dell’impianto (ben documentata dal catalogo) va di pari passo con una dimensione di partecipazione, che rende giustizia della qualità di tante di queste opere e le strappa a una riduzione folkloristica. Merito anche della stupenda campagna fotografica realizzata da Massimo Mandelli,  che con le immagini ha ridato vita pulsante a statue la cui funzione sembrava del tutto esaurita. Per tutti questi motivi la mostra ospitata nelle sale del Musa (e in quelle contigue della Galleria del Credito Valtellinese), è una mostra davvero viva. C’è tempo sino al 26 febbraio per non farsi scappare l’occasione.

 

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