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DIBATTITO/ Barcellona: meglio Facebook o la vecchia catena di montaggio?

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Torino, manifestazione dei lavoratori della Wagon-Lit (InfoPhoto)  Torino, manifestazione dei lavoratori della Wagon-Lit (InfoPhoto)

Che la procreazione possa diventare un processo economico, composto da banche di ovuli e gameti, di strutture sanitarie che gestiscono le inseminazioni, e di investimenti sulla ricerca e sull’innovazione, è certamente un salto di qualità nell’immaginario collettivo di eventi tradizionalmente avvolti nel mistero come il concepimento e la nascita.

Similmente, nell’organizzazione del lavoro della grande fabbrica fordista (si pensi alla Fiat degli anni sessanta con migliaia e migliaia di operai), i tempi di lavoro e le mansioni erano definiti e lineari, e la realtà della fabbrica, rappresentata dalla catena di montaggio, costituiva uno spazio opaco tra il luogo della produzione e i luoghi esterni della commercializzazione e della formazione della domanda sociale di merci. Questa relativa opacità del luogo di produzione dagli altri luoghi sociali consentiva una relativa autonomia del lavoro produttivo rispetto alla vita dell’operaio e rispetto all’intera società che elaborava i propri bisogni da soddisfare al mercato delle merci.

 Oggi invece la fabbrica si configura come un luogo di lettura e utilizzazione di informazioni provenienti dall’esterno (dai lettori ottici dei grandi punti vendita all’uso di carte di credito che censiscono i gusti del consumatore-utente, ecc.) e l’insieme dei flussi informativi che attraversano la società entrano direttamente in produzione. Le nuove tecnologie informatiche incidono direttamente sul modo di lavorare di qualunque lavoratore di una moderna azienda che deve essere in grado di espletare tutte le funzioni necessarie alla produzione in tempo reale, just in time.

L’azienda si riorganizza secondo un sistema a rete che tende a tagliare drasticamente i costi del lavoro e ad occupare soltanto lavoro flessibile e precario. Al posto dell’operaio della catena tende a subentrare un lavoratore polivalente in grado di comunicare continuamente con tutto ciò che si trova fuori dalla sua attività e relazionandosi così attraverso la comunicazione con l’intero mondo esterno e in particolare con il cliente consumatore. La condizione del lavoratore diventa un continuo spaesamento che ne modifica profondamente i connotati culturali per renderlo sempre più disponibile alla connessione dei flussi informativi che interagiscono direttamente con la propria attività lavorativa.  

Oggi la vita concreta del lavoratore e l’insieme del contesto sociale nel quale sembra iscriversi sono diventati astratti. Il lavoro manuale è diventato anche lavoro cognitivo, e cioè basato sul saper utilizzare le informazioni ed arricchirle persino con la propria intelligenza, ma tutto ciò si svolge in una autoreferenzialità della produzione capitalistica che non sembra incontrare più alcun luogo opaco rispetto alla sua penetrazione. L’intera società è diventata un flusso di informazioni utilizzabili per produrre incrementi di valore monetario che non hanno alcun rapporto con le reali condizioni di vita.

La fine dell’impresa fordista e la smaterializzazione dei fattori produttivi tradizionali (il cosiddetto capitale fisso), inaugura l’epoca della finanziarizzazione, l’epoca cioè in cui il capitale adotta strategie di valorizzazione di se stesso occupando interamente la sfera della circolazione e dello scambio delle merci, e della stessa riproduzione della forza lavoro, uomini e donne. La finanziarizzazione dell’economia contemporanea consente al capitale di disinvestire dai salari degli operai e dal capitale direttamente produttivo a favore di una produzione di ricchezza a mezzo di denaro, dirottando cioè i profitti sul mercato finanziario a scapito della creazione di occupazione e della domanda di salario. Il capitalismo finanziario proprio in questa fase sembra trasformarsi in quello che è stato definito “biocapitalismo”, o “capitalismo cognitivo”. Esso non investe più in salari e in macchine di produzione ma nella costruzione di meccanismi finanziari che permettono di rendere la creazione di rendite finanziarie sempre più indipendenti dall’economia reale. Il profitto che si realizza all’esterno della sfera produttiva tende infatti a diventare rendita. 



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