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DIBATTITO/ Barcellona: meglio Facebook o la vecchia catena di montaggio?

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Torino, manifestazione dei lavoratori della Wagon-Lit (InfoPhoto)  Torino, manifestazione dei lavoratori della Wagon-Lit (InfoPhoto)

La progressiva oggettivazione dell’Io e di ogni rappresentazione del soggetto di fronte al mondo, e la progressiva riduzione delle relazioni fra i comportamenti individuali a pure connessioni funzionali, definibili secondo sequenze automatiche, ha lentamente portato all’assorbimento della realtà e delle pratiche effettive degli esseri umani dentro la sfera di un mondo semivirtuale.

La perdita del mondo come realtà che ci sta di fronte, sia pure attraverso le mille relazioni significative tra oggetti e persone, tocca essenzialmente il rapporto tra l’uomo e la natura. Poiché tale rapporto sta alla base di quella che siamo soliti chiamare economia, è proprio alle trasformazioni del modo di produrre e consumare che bisogna guardare per cercare di capire il rapporto tra la nostra vita materiale e la rappresentazione della società come un flusso liquido e come una somma di paure e di isolamenti individuali.

L’economia rappresenta infatti il modo in cui l’uomo entra in rapporto con la natura per realizzare, attraverso al sua “utilizzazione”, la riproduzione di se stesso e del proprio gruppo sociale. Se produzione e riproduzione del gruppo sociale sono le basi elementari di ogni costituzione di società, è evidente che le modalità in cui si realizza la produzione e la riproduzione sono decisive per capire il senso di ciò che accade in ogni epoca della nostra storia. Non si vuol dire con questo che l’economia ha un primato assoluto nella configurazione delle persone e del loro mondo giacché, se non si rappresenta l’economia come una pura appropriazione della natura, ci si rende conto che in essa è implicata una forma di vita, una gerarchia di valori e l’intero processo sociale complessivo.

Ciò che è accaduto in questi ultimi decenni, che pone in modo inedito i problemi relativi all’identità dell’individuo e del gruppo al quale appartiene, è una totale trasformazione del rapporto tra economia e società fino al totale assorbimento della vita delle persone nella sfera della produzione e del consumo.

Pensiamo alla vita. Non era mai accaduto, come ha sottolineato Sara Ongaro in un libretto di alcuni anni fa sulle donne nella globalizzazione, che la stessa creazione della vita, la fecondazione e la procreazione diventassero un affare economico che fa ormai parte della contabilità come qualsiasi altra produzione di merci. La nascita di nuovi esseri umani, trasformata in parte integrante del ciclo di valorizzazione del capitale, costituisce il punto estremo di assorbimento della nostra esperienza e vita individuale nei paradigmi del funzionamento dell’economia capitalistica.

In questo esempio estremo si vede come il modo di produrre e consumare capitalistico sia penetrato in modo molecolare nella vita quotidiana e abbia determinato contestualmente una estraniazione della realtà concreta delle persone e degli affetti rispetto a ciò che essi continuano a provare nelle condizioni della quotidianità, apparentemente spontanea, dei rapporti umani.

L’assoluta novità della fase che stiamo vivendo risiede appunto in una totale estraniazione delle pratiche affettive (che strutturano ancora la vita concreta) dal paradigma astratto dei modi di funzionamento del capitale e del denaro, che appaiono sempre più gli unici ordinatori di una realtà che non sembra consentire distinzioni fra sfere diverse: la sfera degli affetti e delle relazioni tra le persone, e la sfera della produzione e circolazione delle merci e del denaro. 



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